Decifrare le trasformazioni territoriali

La presentazione della mostra Sospensioni. Prove di decodificazione dell'Alta Valle di Susa Contemporanea inaugurata a inizio marzo presso la Casa della SAT e Laboratorio albino e delle Dolomiti Bene UNESCO è stata l'occasione per approfondire la tematica delle trasformazioni territoriali attraverso il seminario introduttivo Altri sguardi e immaginario alpino.

Un dialogo costruttivo al quale hanno partecipato la presidente del comitato italiano della Commissione Internazionale per la protezione delle Alpi, Federica Corrado, il professore Antonio De Rossi, il presidente della SAT, Claudio Bassetti, il direttore e il presidente del comitato scientifico di tsm-Step, Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio, rispettivamente Gianluca Cepollaro e Bruno Zanon. Una formula corale ed aperta alla cittadinanza, per realizzare assieme percorsi di studio e ricerca. 

Ritrovare in forma laboratoriale un rapporto con la comunità è un'esigenza condivisa da molti territori alpini, pienamente consapevoli di doversi impegnare nello sforzo di conferire consistenza, in un'ottica di sostenibilità innovativa, alle riflessioni e alle pratiche che incidono positivamente sulla loro vivibilità.

Incontrarsi, dialogare e dare forza a visioni strategiche partecipate è infatti quanto mai necessario per questi territori, certamente ben conosciuti da chi si occupa di società montane, ma tuttora capaci di nascondere al proprio interno stratificazioni complesse, sedimentatesi attraverso le interazioni e gli immaginari contrastanti dei numerosi soggetti che li abitano. La convivenza forzata tra interpretazioni territoriali plurali, in spazi comuni piuttosto circoscritti, ha comportato negli anni l'epidermica impressione ch'essi siano perdutamente sospesi tra passato e futuro mentre in realtà si tratta di aree attualmente contese e meticce, pienamente inserite nella dialettica contemporanea.

I Laboratori alpini costituitisi negli ultimi anni in diverse regioni montane diventano allora contenitori di confronto ad altissimo valore simbolico, luoghi fisici e virtuali in cui moltiplicare gli approcci e i punti di vista alternativi, alla ricerca di comuni percorsi di crescita e contaminazione.

La prima piattaforma di questo tipo, il Laboratorio alpino per lo sviluppo della Valle di Susa, nasce nel 2014 su iniziativa di CIPRA Italia, in collaborazione con il Dipartimento DIST del Politecnico e dell'Università di Torino, il Comune di Olux, Tesori d'Arte e Cultura Alpina, la Società Meteorologica Italiana e l'Associazione Dislivelli.

Un progetto supportato ancora una volta dalla Compagnia di San Paolo e pensato per mettere insieme le realtà impegnate nella pratica di esperienze innovative con quelle della ricerca centrata su processi di costruzione dello sviluppo. Attraverso questa iniziativa dall'eloquente sottotitolo: “nuove forme di abitare e lavorare nelle Alpi”, il territorio valsusino si dota così di un luogo di scambio e di apprendimento reciproco fortemente contestualizzato, configurandosi come esempio significativo delle tante situazioni disseminate lungo l'intera catena montuosa delle Alpi.

La valle di Susa, inoltre, non rappresenta unicamente questo ‘bisogno di comunità' diffuso in molte località montane. La decisione di farne un caso emblematico deriva soprattutto dal suo essere uno spazio complesso, fortemente modificato dalla modernità, massicciamente consumato da un turismo di tipo fordista e duramente intaccato dallo sviluppo industriale, spinto fino alle estreme conseguenze dall'irrisolto conflitto sorto intorno alla Tav, la linea ferroviaria ad alta velocità Torino - Lione. Una battaglia quest'ultima - fra detrattori e sostenitori del progetto di ingegneria civile - che ha segnato in maniera fortissima il dibattito pubblico, non solo a livello locale, ingessandolo su coesistenti quanto inconciliabili prese di posizione antagoniste.

Una valle corridoio, quella di Susa, come lo è in Trentino la valle dell'Adige. Una valle già attraversata da due strade statali, una ferrovia nazionale e un'autostrada, ma caratterizzata al contempo dalla presenza di angoli di natura e paesaggi storico rurali ancora intatti, soprattutto nelle sue propaggini laterali. Un luogo segnato, a partire dall'Ottocento, da profondissime trasformazioni. Un microcosmo lungo circa un centinaio di chilometri, che inizia a ridosso della città metropolitana di Torino e prosegue in stretta continuità con la sua periferia urbana, entrata pesantemente con il proprio sistema infrastrutturale nella valle stessa.

La mostra Sospensioni. Prove di decodificazioni dell'Alta Valle di Susa contemporanea va intesa a partire da qui, come progetto satellite del Laboratorio alpino e parte integrante di questo percorso di consapevolezza. Una mostra fotografica particolare, che già dal titolo attira l'attenzione di quanti sono interessati a discutere di conflitti d'uso e trasformazioni del territorio, parlando del paesaggio e dei possibili modi di stare dentro una comunità.

Inaugurata nel 2016 presso la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, Sospensioni espone così il percorso di tre fotografi – Simone Perolari, Laura Cantarella e Antonio La Grotta – che si sono posti l'obiettivo di spaesare le immagini precostituite andando oltre i luoghi comuni che propongono una montagna photoshoppata, edulcorata, inautentica. Fotoreporter il primo, fotografa del paesaggio la seconda e ritrattista del contrasto fra luoghi dismessi e contesto il terzo, Simone, Laura e Antonio hanno scavato con il loro sguardo nel paesaggio contemporaneo della valle, alla ricerca di tracce inedite di significazione.

Attraverso i loro scatti vengono poste domande molto serie e importanti non solo su cosa sono le Alpi oggi, ma soprattutto su come le guardiamo. Una mostra ad altissima qualità, mai scontata, che si interroga sulla potenza delle immagini sedimentate a tal punto da diventare stereotipi, comuni tanto alla popolazione quanto alle numerose tecniche di comunicazione e marketing territoriale.

Sospensioni è invece l'espressione vibrante dell'evidenza visiva di questo straordinario patchwork di pezzi di territorio coesistenti, caratterizzati dall'essere divisi da confini netti, invalicabili, incapaci di creare un intreccio tra sguardi diversi, finendo così con lo sfocare in un unico quadro di caricature totalizzanti, ai limiti della manifesta belligeranza.

Uno stato di inquieta calma scorre lungo tutte le immagini della ricerca fotografica, sottolineando come ogni luogo sia patologicamente cristallizzato in un presente imbevuto di percorsi, storie, modernità interrotte.

Leggere tale stratificazione verticale degli spazi permette di attraversare con uno sguardo obliquo questa condizione straordinaria di tregua, oltrepassandola nella direzione di una de-assolutizzazione delle diverse coordinate fissate sulla mappa di quella vallata alpina. Si comincia così a intravvedere come questo territorio trasudi senso e sia, potenzialmente, nella sua ibrida confusione, una metonimia della montagna e dell'intero Paese.

Una valle sintesi delle contraddizioni d'uso e delle latenti conflittualità nazionali che, reciprocamente mute, faticano a rendersi conto d'appartenere ognuna, in realtà, a una stessa cultura figurativa e paesaggistica quanto a un unico paradigma storico.

Gli ultimi trent'anni, e in maniera crescente quelli recenti, sono stati toccati dall'idea che lo sviluppo passasse fortemente dalla valorizzazione delle risorse naturali, storiche e culturali locali. Un modello inevitabile, ancor più in montagna, soprattutto dopo la sbornia moderna ed esogena delle stazioni sciistiche e del turismo fordista.

Il nuovo libro di Luca Dal Pozzolo, edito quest'anno da Editrice Bibliografica - Il patrimonio culturale tra memoria e futuro - si interroga sul senso della patrimonializzazione e sulla evoluzione storico-culturale di un concetto guidato prevalentemente da categorie tipiche della cultura occidentale. 

Al di là delle riflessioni sulla sua possibile declinazione, materiale e immateriale, ripartire dal patrimonio territoriale è stata anche, certamente, una modalità legittima di risarcimento per quelle popolazioni montanare letteralmente massacrate dalla guerra prima e dai processi di industrializzazione poi. Intere vallate depauperate e svuotate demograficamente dal cosiddetto ‘progresso' reclamavano con decisione un pensiero nuovo, che partisse dalle risorse locali come leva d'avviamento per uno sviluppo autonomo e sostenibile.

Con il passare del tempo questa idea si è però sclerotizzata, fino al punto da confondere totalmente il mezzo con il fine: la tutela del patrimonio, in sé e per sé, è diventata così lo scopo dell'azione, perdendo completamente di vista il fatto che esso, in tutte le sue forme, rappresentava semplicemente il mezzo per promuovere il tema dello sviluppo locale.

Che ciò sia avvenuto è testimoniato dalla enorme quantità di denaro speso dalle progettualità europee per investire su certe operazioni di recupero delle risorse storiche o per costruire una sorta di nuovo paesaggio tradizionale o, per meglio dire, neo-tradizionale.

Interventi di pura e semplice folclorizzazione, che hanno del tutto dimenticato l'intreccio che intercorre tra la dimensione fondamentale della storia e del patrimonio locale e quella collegata all'innovazione non solo tecnologica ma pure economica, culturale, sociale.

Nella sospensione di futuro ben rappresentata dalle immagini della mostra fotografica di Cipra Italia ci sono allora una serie di elementi di crisi anche di quel paradigma della patrimonializzazione appena descritto. Elementi che sono al contempo sensori delle nuove trasformazioni, nate dai processi sociali di reinsediamento presenti su tutto il territorio alpino.

Pratiche culturali e innovazioni politiche che vanno condensate in un esercizio fondamentale di rigenerazione ed elaborazione di proposte originali, percorribili proprio negli spazi rarefatti di montagna dove le giovani generazioni possono coltivare nuove chance e progetti di vita felici e competitivi.

Vesna Roccon