La memoria del lavoro. Appunti su Alpi e patrimonio industriale

Nei fenomeni di patrimonializzazione alpina i luoghi e gli ambienti selezionati si legano inscindibilmente al processo di costruzione identitaria della popolazione, «rinnovando continuamente nel tempo le immagini e i simboli che, a partire dall'eredità dell'Illuminismo e del Romanticismo, hanno per così dire “inventato” le Alpi».

Risulta così difficile pensare ad esse senza riferirsi ad alcune consolidate categorie estetiche, antropologiche, ambientali e socio-economiche che, nell'immaginario collettivo, si sono trasformate in componenti percettive essenziali dello stesso paesaggio.

Secondo quanto si legge ne Les Alpes et le patrimoine industriel: un conflit inéluctable ou un dialogue à construire?

«i siti alpini inclusi nelle liste Unesco sono dunque l'ultima tappa di un lungo percorso originatosi nella seconda metà del diciannovesimo secolo allorché la messa in scena delle Alpi venne accompagnata da un processo di museificazione che ha finito per cristallizzare le immagini elaborate dalla cultura europea fin dal diciottesimo secolo».


La fotografia stereotipata delle Alpi, che le ritrae unicamente in posa bucolica, pittoresca e sublime, di sovente legata al mondo dell'alpinismo o del folklore agropastorale, si è talmente impressa nella nostra mente da non permetterci di vederne nessun'altra, anche quando intenti a sfogliare l'intero album di questo territorio eterogeno, complesso, squisitamente prismatico.

Tale prospettiva, rigidamente ideologica, ha favorito nonostante ciò lo sviluppo di una reale preoccupazione patrimoniale nei confronti di un ambiente naturale particolarmente a rischio.

Sulla sua base è stata promossa con successo una rilettura delle tracce del passato legate alla tradizione, oltre naturalmente a una riflessione sulla reddittività della costruzione di un'identità rurale, consensuale e partecipata e un approfondimento sulle possibili pratiche di trasmissione memoriale. Tuttavia, l'aver dato vita esclusivamente a «forme di patrimonializzazione […] che, attraverso un processo di “manipolazione” al tempo stesso subito e voluto, hanno messo in primo piano il carattere mitico, folclorista e commerciale» delle Alpi, ha finito con l'occultare altri aspetti, particolarmente importanti per una comprensione profonda di questi territori.

Il fatto, ad esempio, che le Alpi abbiano fornito in passato un contributo significativo ai percorsi industriali del continente europeo.

Un dato non scontato e prezioso per la sua capacità di liberare la loro popolazione dal ruolo passivo di spettatore della dinamicità e vitalità urbana.

Che l'immagine estetizzante dell'arco alpino sia nutrita «da una larga parte del mondo della promozione turistica e da parte delle istituzioni museali e culturali» non significa affatto poter considerare l'industria quale elemento irrilevante rispetto al passato delle Alpi. Lo sfruttamento delle risorse minerarie, le attività metallurgiche ed elettrochimiche «costellavano gran parte del territorio alpino dando origine, a partire dall'esperienza della seconda rivoluzione industriale, a concentrazioni operaie e a modelli sociali alla ricerca di una sintesi tra mondo industriale e mondo contadino».

È attraverso la memoria legata alla produzione, al lavoro e alla modernizzazione che è possibile porre in discussione tale identità fittizia.

Lo si iniziò a fare soprattutto negli anni 1980-1990, in seguito a perdite e distruzioni particolarmente significative. Istituzioni e ricercatori si interessarono così tanto agli aspetti materiali quanto alle pratiche sociali ed economiche legate al passato dei complessi ormai dismessi, e lo fecero attraverso riflessioni connesse agli ecomusei e al futuro dell'archeologia industriale.

Ma come ci si è potuti rifugiare in questa prolungata mitizzazione storica? E quale relazione è intercorsa tra l'uso dello spazio, il ruolo dell'industria e la costruzione dell'identità? Secondo gli autori, la messa in opera di infrastrutture turistiche e la realizzazione dei mezzi destinati alla produzione e all'economia industriale sono in fondo due facce della stessa medaglia. La logica sulla quale si fondano entrambi gli atteggiamenti, quello estetizzante e quello rigorosamente produttivo, è una logica prometeica e tecnicista, tesa allo sfruttamento dell'ambiente e delle sue risorse.

La controversia patrimoniale – la disputa legata alla selezione degli elementi e dei segni del passato da salvaguardare e valorizzare –non sarebbe null'altro che un indicatore delle lotte d'appropriazione di uno spazio conteso.

Che il patrimonio industriale sia in concorrenza con altre tipologie patrimoniali è cosa assai nota. Ma non basta ciò a spiegare l'origine di un occultamento collettivo così pervicace e pervasivo.

È vero che sul piano tecnologico, imprenditoriale e finanziario (e spesso anche per ciò che concerne la mano d'opera) l'industria alpina è certamente apparsa come un fenomeno esogeno rispetto al territorio, che forse anche per questo vi si è identificato, e solo in alcuni casi, piuttosto tardivamente. Bisogna inoltre aggiungere che le rovine industriali si prestano male a una loro possibile museificazione e sono per giunta connesse a memorie contrastanti e divisive. Non possono nemmeno essere sottovalutate «le resistenze legate all'immagine negativa associata alla modernità industriale» e il fatto che spesso tali appropriazioni, turistiche o industriali che fossero, erano destinate all'“uso altrui”: i turisti da una parte e i consumatori delle pianure e delle città dall'altra.

Una ostilità e un disconoscimento dovuti dunque alle modalità di relazione intercorse in passato tra i complessi industriali e i contesti socio-ambientali nei quali venivano svolte le attività economiche; relazioni gestite spesso irresponsabilmente dal punto di vista etico ed ecologico, prive dei più rudimentali strumenti atti a garantire una visione d'insieme strategicamente inclusiva. 

Se dunque, «come sottolineato da E. Bonerandi, il ricorso al patrimonio “permette agli attori sociali di rivendicare, per legittimarlo […] il territorio, soprattutto nella sua identità, nel suo carattere progettuale e nelle sue delimitazioni perimetrali”» nel caso del passato industriale alpino andrebbe prima di tutto fatta luce sulla storia sociale, economica e ambientale ad esso correlata, per permettersi poi solo in un secondo momento di integrare nelle narrazioni delle società alpine tale patrimonio, «quale risorsa e vettore di valori culturali condivisi […] – e pertanto – produttore di senso e d'identità territoriale».