Lo spazio del possibile. Alpigiane migranti tra colpa e autodeterminazione

In due interessanti articoli redatti per la rivista Histoire des Alpes – Storia delle Alpi – Geschichte der Alpen: Emigrazione alpina al femminile: lo spazio del possibile, Sec. 17-20, (comparso nel n. 3 della rivista del 1998, dal titolo "Le frontiere e la mobilità spaziale") e Il ritorno amaro. Mobilità occupazionale femminile tra svalorizzazione e «patologie sociali»  (n. 14/2009, "Le migrazioni di ritorno") la professoressa Grandi traccia un quadro della relazione che nei secoli scorsi intercorreva fra l'appartenenza della donna a un ordine sociale oppressivo e culturalmente arretrato e la sua condizione di migrante economica.

Ne risulta un affresco drammatico e doloroso di quella che doveva essere l'esperienza di un altrove possibile, ancorché di sovente gravido di nefasti effetti collaterali.

Infatti, sebbene il fenomeno migratorio abbia coinvolto pesantemente le comunità montane delle Alpi e questo fino al XX° secolo, non esistono «documenti diretti a testimoniare questa memoria, nella quale si sono consumate le vite di tante donne». Ciò è dovuto principalmente al fatto che l'inferiorità e la svalorizzazione femminile venivano mantenute «anche attraverso la sua irrilevanza documentale».

Un esile filo d'Arianna giunge però fino a noi, e lo fa esclusivamente attraverso tre strade, ovverosia:

  • le carte attestanti le varie mansioni svolte dalle lavoratrici partite nonché, a seconda della quantità d'attività svolta, la corrisposta remunerazione;
  • una variegata produzione letteraria e scientifica, caratterizzata prevalentemente da un pungente moralismo;
  • gli articoli dei periodici locali, intrisi anch'essi di un senso di pietà e riprovazione altrettanto colpevolizzanti.

«Memoria di seconda mano», dunque, che descrivono solo con imperfezione questi destini migratori offuscati da una evidente quanto voluta incertezza documentale.

Nuclei parentali definiti e strutturati rigidamente inglobavano le donne come parte essenziale ma irrilevante della vita della comunità, nascondendo al loro interno feroci meccanismi di egemonia e scontri sotterranei. L'invisibilità femminile era dovuta in larga misura alla presenza di meccanismi duraturi di sottomissione ed esclusione, divenuti consuetudine e pensati soprattutto allo scopo di garantire una piena sostenibilità all'economia domestica e valligiana. Ciò che soffocava i desideri, le aspettative e le spinte all'autorealizzazione delle donne era perciò soprattutto uno spazio culturale, prima ancora che geografico, fatto di obblighi, divieti e regole per lo più inique e a loro sfavorevoli.

Un terreno angusto e claustrofobico sul quale edificare le linee fondamentali di crescita e sviluppo dell'intera comunità, basato sullo sfruttamento della manodopera femminile e il mancato dispiegamento della creatività e della volontà individuali, entrambe da rivolgere unicamente al soddisfacimento delle esigenze familiari e collettive. Le donne di montagna erano, nella maggior parte dei casi, "le prime a svegliarsi e le ultime ad andare a dormire".

Non sorprende perciò scoprire che ciò che nasceva da necessità connesse alle tradizioni della comunità – ovverosia «l'emigrazione temporanea e a medio raggio delle donne alpigiane, a cui la partenza veniva concessa/imposta al fine di integrare il reddito del proprio nucleo parentale» – potesse trasformarsi, soprattutto verso la fine del XIX secolo, in un'occasione per liberarsi dagli stereotipi che ancora «vincolavano la donna al governo della casa e alla maternità, valori peraltro trasversali alle diverse estrazioni sociali ed economiche».

È questo ciò che Casimira Grandi definisce «lo spazio del possibile», un luogo in cui vivere lontano dalle catene della volontà maschile della propria cerchia parentale, vedendo per la prima volta riconosciuto il risvolto economico del proprio lavoro. Un'attività lavorativa, quella femminile, permanente, ma tacitamente obnubilata nel contesto ambientale d'origine, anche quando, nei secoli precedenti, esso veniva deliberatamente abbandonato dagli uomini perché poco remunerativo. Fu da allora che ebbe inizio la lotta per l'emancipazione: dalla capacità femminile di «gestire l'economia familiare in assenza del capo famiglia» diventando così pienamente consapevoli che la tradizionale subalternità collegata ad una supposta inferiorità fisica e mentale altro non era che un condizionamento culturale e sociale volto a mantenere le donne nel loro inalterato status comunitario di figlie, mogli e madri.

Questo orizzonte di senso "comune" era ad esclusivo vantaggio degli uomini e trasformò l'evento migratorio femminile in una straordinaria occasione di emancipazione.

Fu per questo che le famiglie e le comunità reagirono brutalmente di fronte al supposto pericolo rappresentato dalle emigrate di ritorno. Lo fecero prontamente e con la complicità, compiacente e compiaciuta, delle agenzie sociali «che creavano o influenzavano gli atteggiamenti collettivi», prima fra tutte la Chiesa. Attraverso una strumentalizzazione crudele e inesorabile delle malattie contratte in città – tubercolosi e sifilide, ma anche pura e semplice difficoltà a riprendere, come se non fosse accaduto nulla, le attività quotidiane a esse riservate – le donne venivano sottoposte ad operazioni di “recupero morale” «per reinserirle nella società di origine, privandole quindi dell'evoluzione che avevano acquisito e addebitando proprio a questa trasformazione la causa prima del loro male».

Nonostante le durissime condizioni alle quali venivano sottoposte nel corso della loro permanenza urbana, nelle fabbriche ma anche nei malsani alloggi di fortuna degli operai, una volta rientrate nella terra natale queste donne non venivano accolte a braccia aperte ma guardate da subito con sospetto e circospezione. «L'emigrata nell'industria – infatti – […] sommava in sé quanto c'era allora di più riprovevole per la donna, che partiva spesso sola per raggiungere un ambiente di lavoro promiscuo dove nessuno avrebbe tutelato il suo onore ed in cui si presumeva che avrebbe dimenticato cosa significava essere donna – o più precisamente casalinga».

Ogni segno o sintomo in grado di limitare la capacità lavorativa dell'emigrata di ritorno era dunque non solo un facile pretesto per colpevolizzarla ma anche un'opportunità per cementare lo spirito paesano all'insegna della riprovazione sociale verso una donna vissuta come snaturata, malvagia e, peggio ancora, rischiosamente contagiosa e lesiva per l'interesse dell'intera comunità.

La Storia delle Alpi è anche questa, quella di una società che ha saputo fare della colpa più kafkiana un sistema di governo. «Disconoscendo, invero, l'unico autentico malessere delle rientrate: l'angoscia dello spaesamento», ha costruito attorno alle donne la gabbia di un'«artificiosa svalutazione: apparentemente sociale, ma nella realtà asservita ad uno scopo economico».