Nuovi montanari: per nascita, per scelta, per forza

Anche nelle Alpi italiane – esclusi i territori autonomi interamente montani del Sudtirolo, del Trentino e della Valle d'Aosta (contributi di Trentino School of Management in collaborazione con il Censis ed il CER 2016) – lo spopolamento ha svuotato i paesi dal secondo dopoguerra.

Negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta del secolo scorso la montagna non lasciava intravvedere segnali di risveglio. La rassegnazione costituiva l'orizzonte esistenziale dei montanari per nascita i quali stavano abbandonando le terre d'origine. Il turismo delle seconde case e dei condomini, costruiti in gran fretta sulla base dei modelli urbani, generavano atmosfere di «banlieu» in versione alpina con grande sfregio del paesaggio.

La montagna alimentava forme di alienazione metropolitana assumendo i caratteri del «non-luogo», dello spazio ludico fine a se stesso scorporato dal contesto ambientale. L'altra faccia della medaglia era rappresentata dal processo di re-inselvatichimento. Rovi e cespugli incominciavano ad inghiottire prati e pascoli. Da un lato, la montagna consumistica e spaesante del parco-giochi, dall'altra il deserto verde, la «wilderness di ritorno»: segni anticipatori di una morte annunciata.

La fine degli anni Novanta del secolo scorso mostra segnali di una nuova percezione del ruolo delle terre alte.

Ma si è trattato, quasi sempre, di qualche  tentativo di evasione dalla città che non ha prodotto sensibili ricadute sul piano economico e sociale.

Soltanto a partire dagli anni duemila e, in particolare, dall'anno 2005, qualcosa di più strutturato si viene a delineare. La stesse ricerche sopra menzionate ne danno testimonianza. Dapprima si è trattato di migrazioni per scelta («amenity migrants»). A queste si sono aggiunte opzioni di natura economica di giovani che, alla luce del venir meno di occasioni di lavoro, hanno voluto sperimentare la possibilità di crearsi delle opportunità nelle terre alte, in attività legate ai settori dell'allevamento e della pastorizia, oltre che nel terziario turistico.

La svolta epocale del ri-popolamento degli ultimi anni è data, però, da migrazioni «per necessità» e, fatto assolutamente rivoluzionario, da migrazioni «per forza».

Il fenomeno dei migranti dai Paesi africani ed asiatici, oltre che dell'est-europeo, ha posto il problema della loro distribuzione sul territorio nazionale. Se le città hanno fatto la parte del leone nelle dinamiche di accoglienza, tuttavia altri migranti sono stati distribuiti nelle aree rurali di montagna, molte delle quali semi-spopolate. A questo punto, taluni operatori del settore hanno intravvisto la possibilità di dare risposte ai problemi dello spopolamento della montagna.

Migranti soggetti a protezione in veste di richiedenti asilo e rifugiati sono stati assegnati a Comuni montani. Molti di loro non avevano mai visto la neve o fatto esperienza di vita in ambienti naturali severi. A questo punto si è aperto un dibattito. Questi nuovi arrivi sono un problema o una risorsa?

A prescindere dalle motivazioni etico-solidali umanitarie, l'interrogativo principale riguarda la domanda se, in prospettiva, tali operazioni possano diventare un successo o un fallimento. Le strategie di adattamento, sia all'ambiente naturale che all'ambiente sociale, richiedono però tempi lunghi e non facili soluzioni semplicistiche di ripiego. Soltanto così la questione migratoria potrà trasformarsi da problema a risorsa, anche per la montagna.

Annibale Salsa