Buoni propositi 2018: Scuola di governo locale per uno sviluppo a base culturale

Fare buona impresa, creare nuova occupazione e favorire lo sviluppo dei territori sono obiettivi realizzabili secondo il Direttore di Federculture Claudio Bocci, a patto però che «si affermi una consapevole visione dello sviluppo che dia luogo a una governance in grado di individuare modelli gestionali innovativi e sostenibili finalizzati a generare valore».

Trattandosi di cultura, il valore di cui si parla nel 13° Rapporto Annuale della Federazione - Impresa cultura. Gestione, innovazione, sostenibilità - è insieme economico e sociale e proprio per questo arricchito dalla partecipazione attiva delle comunità locali, soggetti preziosi quanto indispensabili per rispondere con successo alla crescente domanda di rigenerazione e cambiamento.

I meccanismi di co-produzione giocano infatti un ruolo decisivo all'interno delle nuove strategie di crescita nazionali ed europee, consapevoli entrambe di quanto i cittadini rivestano ormai la duplice funzione di fruitori e creatori delle stesse risorse culturali. È quindi necessario favorire, alimentandoli, tali processi di condivisione e coinvolgimento, come ribadito tra l'altro dalla Convenzione di Faro, l'importante trattato del 2005 sul valore dell'eredità culturale per le nostre società contemporanee.

Allo scopo di salvaguardare e promuovere – vi si legge nel Preambolo – quegli ideali e principi fondati sul rispetto dei diritti dell'uomo e della democrazia, ideali e principi che costituiscono l'eredità comune dell'Unione europea, la convenzione riconosce e rimarca la necessità di mettere al centro dell'idea stessa di ‘cultura' la persona e i valori umani, utilizzandone il potenziale tuttora inespresso e ampliando la libera partecipazione di ognuno alla vita culturale della comunità.

È in tale quadro che si stanno cominciando a ottimizzare i naturali fenomeni associativi, incoraggiando la nascita delle cosiddette “imprese di comunità” e la loro complicità nel processo continuo di definizione e gestione dell'eredità culturale stessa. Un processo innovativo sostanzialmente legato alla ricomposizione delle modalità di azione collettiva e teso a «modificare i parametri di funzionamento dei modelli sociali ed economici dominanti».

In questo senso – sottolineano Paolo Venturi e Flaviano Zandonai nel loro contributo al Rapporto dal titolo "L'impresa di comunità nei processi di innovazione culturale" – «le forme ri-emergenti di imprenditoria comunitaria scaturiscono essenzialmente dall'arricchimento dei modelli di impresa a scopo sociale che si moltiplicano anche al di fuori dei confini del Terzo settore. Al tempo stesso una medesima spinta generativa scaturisce dalla ridefinizione di modelli di economia sociale, in particolare di origine cooperativa, recuperandone il carattere di alterità rispetto al modello economico mainstream, ma al tempo stesso alterandone i caratteri costitutivi secondo modalità che allargano il mutualismo in senso multi-stakeholder».

Sollecitazioni legate alle profonde trasformazioni scaturite dall'allentamento della rigida suddivisione tra sfere istituzionali (stato, mercato e società civile) e stimolate soprattutto dall'introduzione nei diversi settori, a livello globale, delle più recenti tecnologie dell'informazione e della conoscenza. Una svolta radicale su cui ha concentrato l'attenzione anche il Libro verde dell'Unione europea sulle industrie culturali e creative, documento del 2010 che ha contribuito all'avvio di un ampio dibattito sulla inedita preminenza, in un mondo sempre più interconnesso e digitale, delle dotazioni immateriali quali appunto la capacità di immaginare, creare e dialogare. Sia in campo economico sia in ambito sociale.

I principi di inclusione e mutuo riconoscimento, tipiche caratteristiche delle imprese comunitarie, garantiscono dunque la base di partenza da cui far scaturire partnership vincolate dalla reciproca corresponsabilizzazione e cogestione delle iniziative.

Il massiccio coinvolgimento delle comunità locali nell'erogazione di beni e servizi presuppone il pieno rispetto degli asset materiali e immateriali del territorio, incluse le risorse ambientali e storico culturali. Una ‘imprenditoria comunitaria' i cui principali obiettivi sono perciò il benessere della popolazione e la vivificazione dello spazio pubblico, come dimostrato anche dalla geolocalizzazione di questo nuovo corso di sviluppo. Un modello di business innovativo che si va infatti affermando, come forma diffusa, «soprattutto nelle aree interne dove a fronte del crescente spopolamento dei territori e della bassa accessibilità ai servizi tipica di queste aree periferiche, si è assistito ad una crescente tensione politica e sociale volta alla (auto)difesa e alla rigenerazione [...]».

Percorsi favoriti dunque dalla volontà e dal desiderio degli abitanti del luogo, che spesso nascono grazie alla capacità visionaria di alcuni cittadini pienamente coinvolti nella dimensione comunitaria. Investire su queste nuove forme di socialità significa dotarsi di un vero e proprio vantaggio competitivo rispetto ad altre aree garantendosi al contempo una migliore qualità di futuro: più solido, democratico, sostenibile.

«Appare quindi quanto mai urgente», conclude il Direttore della Federazione nel suo contributo al Rapporto "La gestione tra tutela e valorizzazione", «estendere la consapevolezza dei decisori politici, ai diversi livelli istituzionali, sull'articolato percorso che occorre intraprendere. In questa direzione potrebbe svolgere un compito rilevante la proposta di Federculture di istituire una Scuola di governo locale per lo sviluppo a base culturale, rivolta in primo luogo ad Amministratori e funzionari pubblici chiamati a declinare correttamente il rapporto tra cultura e sviluppo». Un buon proposito per il nuovo anno appena cominciato.



Vesna Roccon