Michele Trentini. La narrazione delle pratiche alimentari.

Autore indipendente di film documentari, Michele Trentini ha saputo interpretare e documentare “in termini diretti e non retorici alcune strutture paesaggistiche tipiche del mondo alpino, legate alla gestione delle attività agricole e dell'allevamento in montagna” (questo un passaggio della motivazione espressa dalla Giuria del Premio Triennale Giulio Andreolli Fare Paesaggio per l'assegnazione della menzione speciale). Abbiamo voluto focalizzare assieme a lui il tema della narrazione delle pratiche alimentari.

 

Buona parte della tua produzione è dedicata al racconto di esperienze di vita e lavoro di persone e del legame con il territorio entro cui vivono. Da dove nasce questo interesse?

Le motivazioni sono molteplici e le più potenti hanno certamente a che fare con l'inconscio e con la biografia di ciascuno. Semplificando posso affermare che la dimensione della ruralità e della montanità sono ciò che connota l'area geografica in cui sono cresciuto e in cui lavoro; tutto ciò mi è parso ancora più evidente quando me ne sono allontanato. Terminati gli studi ero sazio di teorie sociologiche e antropologiche, che percepivo un po' fine a se stesse, quando confinate in ambito accademico, così mi sono avvicinato al cinema documentario, che mi ha permesso di raccontare fatti, gesti e punti di vista che ritenevo più essenziali, necessari e vicini alla mia sensibilità, senza rinunciare alla dimensione un po' avventurosa della ricerca sul campo. Ho assecondato l'istinto che mi portava a frequentare le vallate e i luoghi periferici iniziando a narrare alcuni microcosmi che affondano le radici nella tradizione, calati tuttavia in una dimensione contemporanea. È il caso del documentario che ho realizzato con Marco Romano, che ha per protagonista Cheyenne, una giovane donna che in Germania e in Svizzera ha appreso a scuola e sul campo il mestiere di pastora “per la cura e il mantenimento del paesaggio”, praticandolo poi in Val di Rabbi; o della minuscola comunità di Malfatano, lungo la costa meridionale della Sardegna, costretta a confrontarsi con la presenza invasiva del turismo estivo. Raccontare le persone e il territorio, oltreché un lavoro, rappresenta un modo di esprimermi e di esplorare il mondo che mi circonda.

 

I protagonisti sono i costruttori dei paesaggi in cui vivono, da cui sono a loro volta influenzati. Come indaghi ed esprimi nei tuoi lavori il rapporto tra comunità e paesaggio?

I paesaggi rurali che ho raccontato finora sono caratterizzati dalla presenza di pochi elementi architettonici, se confrontati con le realtà urbane: un gruppetto di case, qualche stalla o baita, i muri a secco, elementi indispensabili e funzionali all'agricoltura, all'allevamento, alla pastorizia o all'alpeggio. Pascoli, boschi e terrazzamenti occupano gran parte dello spazio e la figura umana appare piccola nell'inquadratura, quasi “perduta nel paesaggio” che certamente ne condiziona lo stile di vita e la percezione del mondo. In realtà sono proprio le scelte e il lavoro di queste persone a plasmare il territorio. Ciò si percepisce osservando da lontano l'ambiente modellato dall'uomo, ma anche avvicinandosi, prendendo atto delle scelte fatte quotidianamente dal singolo e dalla comunità cui appartiene. Diversamente, frequentando i versanti in cui il sistema agrosilvopastorale è stato completamente abbandonato ci si accorge di come la foresta avanzi inghiottendo prati, campi e paesi: un paesaggio non va mai dato per scontato! Come documentarista sono interessato a rappresentare i territori, capaci di suscitare emozioni non univoche, ma anche ad osservare le persone da vicino e ad ascoltarle, cercando di non assumere uno sguardo preconcetto. In questo modo può emergere la complessità dei fenomeni, celata a volte dietro l'apparente semplicità di un'inquadratura.

 

Ti sei spesso occupato del rapporto fra pratiche di produzione, cibo e paesaggio, lavorando su pratiche alimentari di diverse località dell'Arco Alpino. Cosa significa restituire questo insieme di relazioni?

La risposta non è immediata, tuttavia credo che il modo più onesto per restituire queste relazioni sia quello di coglierle e di calarle nella specificità di ciascun contesto indagato. È diffusa la tentazione di generalizzare in modo sbrigativo i punti di vista sul “mondo contadino”, sui “sapori di montagna”, sui suoi paesaggi agrari e socioculturali. La montagna ha tante facce, tante sfumature e se non si attribuisce il giusto rilievo a questo aspetto si rischia di banalizzarne la realtà o di creare false illusioni. Lungo l'arco alpino ho incontrato approcci produttivi che poco si discostano da quelli intensivi di certa pianura e altri che puntano alla qualità dei prodotti, alla sostenibilità ambientale e al benessere animale. Un formaggio prodotto con il latte di vacche costrette per 365 giorni all'anno in stalla e alimentate quasi esclusivamente a mangime non può avere lo stesso valore di quello ottenuto grazie al latte di animali che vivono anche per parecchi mesi al pascolo; non mi riferisco al mero valore economico. Portare il bestiame in alpeggio significa dar vita ad un determinato tipo di paesaggio, contraddistinto da pascoli, malghe, casari, pastori, transumanze, suoni e odori. Coltivare scegliendo un approccio biologico all'agricoltura, su stretti campi terrazzati che richiedono la manutenzione costante di muri in pietra a secco, non è come lavorare terreni che consentono l'utilizzo di grandi macchinari o optare per un uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi chimici. Queste ed altre variabili hanno delle conseguenze ben precise sul tipo di cibo che mettiamo nel piatto e sulla qualità dei paesaggi in cui viviamo. Filmare o raccontare per immagini significa anche tener conto di tali aspetti.

 

Chi realizza una ripresa o uno scatto documenta non solo una pratica e il suo risultato ma anche l'insieme delle relazioni sottese (fra uomo, territorio, cibo, trasformazioni..) e del loro evolversi nel tempo. Che rapporto possiamo leggere fra valori tradizionali e valori contemporanei?

Il legame con la tradizione permette di distinguersi e di reagire alle spinte omologanti che caratterizzano il nostro tempo. Anche in campo agroalimentare è auspicabile che le comunità salvaguardino la presenza di pratiche produttive legate al territorio, tutelando specifici prodotti e mantenendo in vita paesaggi di cui abbiamo più che mai bisogno, non solo in chiave turistica. Esistono filiere sedimentate nel tempo che rappresentano la base economica di numerose comunità di montagna e possono garantirne il futuro. Fondamentale è il coinvolgimento delle giovani generazioni, la loro formazione e la capacità di tenersi aggiornati, evitando di adagiarsi sulla “tradizione”. Oggi le trasformazioni avvengono in modo repentino e l'economia sembra avere troppo peso nelle decisioni; qualunque pratica, anche se virtuosa e radicata, può essere abbandonata a favore di modelli percepiti come maggiormente redditizi, nell'immediato. Pensiamo ad alcuni grandi consorzi che anche sulle Alpi hanno rappresentato la via più breve per decimare la presenza di piccole aziende che producevano in proprio. Per fortuna esiste anche una tendenza opposta, con alcune giovani e intraprendenti realtà imprenditoriali che si riallacciano ai fili della tradizione, reinterpretandola. Anche il modo in cui le materie prime vengono lavorate e trasformate nei laboratori artigianali, nei caseifici o nelle cucine merita attenzione: accanto a tecnologie innovative si incontrano ancora saperi e competenze manuali, tramandati nel tempo.

 

Documentarista ma anche formatore ed educatore. Come cogli e come descriveresti i processi di trasmissione dei saperi legati alle pratiche alimentari. Come l'esperienza di donne e uomini viene trasmessa nel tempo?

Per quanto riguarda l'allevamento e l'agricoltura di montagna l'esperienza mi insegna che la trasmissione dei saperi attraverso i contesti familiari è quella più diffusa. Non ci si improvvisa contadini o allevatori da un giorno all'altro e nella maggior parte dei casi risulta quantomeno più complicato, rispetto a chi ha potuto apprendere una pratica in un contesto familiare. Per questo il passaggio di consegne tra generazioni, anche se non avviene sempre in modo indolore, è auspicabile e andrebbe favorito. Tuttavia anche per chi è figlio di contadini scegliere un'altro futuro professionale può rappresentare un'emancipazione; anche di questi temi parla il documentario “Contadini di montagna”, un incontro tra diverse generazioni di viticoltori della Val di Cembra.

Sono convinto che la formazione e la cultura rappresentino il modo in cui saperi ed esperienze virtuose possono diffondersi; quando le buone pratiche rimangono confinate all'interno di piccole nicchie le cose non migliorano. Molto utile è il coinvolgimento nelle istituzioni formative di “testimoni” provenienti dal mondo del lavoro, che abbiano dimostrato con i fatti di saper fare scelte coraggiose e coerenti. Qualche anno fa mi è capitato di frequentare la mensa di un'importante istituzione formativa e sono rimasto sorpreso nel vedere che ai giovani che presto sarebbero diventati contadini, allevatori, viticoltori o ristoratori, rilevando aziende di famiglia o attivandone di nuove, non veniva proposto alcun prodotto del territorio, bensì pietanze spersonalizzate, condite con olio di provenienza dubbia, formaggi insapori di origine industriale: proprio a loro! Rimango dell'idea che l'esempio e l'esperienza diretta in campo educativo abbiano grande efficacia. Più in generale ritengo che la cultura sia fondamentale ad ogni livello: scuole, musei, mostre, festival possono contribuire ad alfabetizzare in questo senso il maggior numero di consumatori. Se è vero che sempre più persone e più aziende fanno scelte consapevoli in campo alimentare, ahimè è vero anche il contrario: le catene di hard discount conquistano terreno... e paesaggio!

 

Quale forma di responsabilità da parte di un autore, un ricercatore o un documentarista implica narrare le pratiche alimentari?

Mi piace citare l'esempio di un nuovo documentario che intende mettere in evidenza le relazioni che intercorrono tra attività agricole e zootecniche, i paesaggi cui danno vita e il cibo: relazioni per nulla scontate! Il film nasce nel contesto della Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio, in collaborazione con Andrea Colbacchini e un affiatato gruppo di ricerca, che ha indagato l'esperienza di alcuni produttori, alcune eccellenze che operano in differenti contesti geografici del Trentino. Si tratta di persone che per scelta lavorano su piccola scala, in modo sostenibile e nel rispetto della biodiversità. Assieme a Gianluca Cepollaro abbiamo deciso di coinvolgere anche uno chef che investe in quel tipo di prodotti, raccontando quali convinzioni stanno alla base del suo modo di intendere la cucina, senza nascondere le criticità del settore: cercare di assumere uno sguardo sincero sulla realtà narrata è senza dubbio una forma di responsabilità nei confronti del pubblico. È necessario averla anche nei confronti dei protagonisti, in questo caso i produttori e lo chef, che sono stati coinvolti in momenti di “restituzione” del materiale di ricerca, raccolto nella pubblicazione “Cibo e paesaggio”, a cura di Alberto Cosner e Angelo Longo; saranno coinvolti anche in occasione di alcune presentazioni del film presso le diverse comunità o nelle scuole, dove si intende veicolarlo. In fondo, la passione e l'onestà che i protagonisti dimostrano nel lavoro, dovrebbero essere le stesse di chi, anche grazie a loro, può realizzare una ricerca o un film documentario. A proposito, il titolo è “Paesaggi del cibo”.

 

BIOGRAFIA

Michele Trentini si è laureato in sociologia presso l'Università di Dresda e si è occupato di antropologia visuale presso il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina, realizzando i film monografici del progetto Carnival King of Europe, svolgendo ricerche per l'Archivio Provinciale della Tradizione Orale e curando “Eurorama”, sezione di cinema etnografico del Trento Film Festival. Collabora con varie istituzioni di ricerca e con il Corso di Laurea in Scienze del Paesaggio dell'Università di Padova. Come documentarista indipendente ha realizzato film che pongono al centro della narrazione l'uomo, il suo lavoro, il rapporto con il territorio. Con la serie di documentari dedicati all'uomo e al paesaggio alpino ha ricevuto la Menzione Speciale al Premio Triennale “Giulio Andreolli Fare Paesaggio”.

 

FILMOGRAFIA

  • Furriadroxus (ISRE, Miglior Documentario Festival Arcipelago Roma 2006)
  • Cheyenne, trent'anni (Premio Fondazione Libero Bizzarri 2010)
  • Tre carnevali e ½ (MUCGT Premio Nigra Antropologia Visiva 2007)
  • Il canto scaltro (ISRE Premio Nigra Antropologia Visiva 2009)
  • Carnival King of Europe (MUCGT, Grand Prize Academic Film Competition Kyoto 2009)
  • Piccola Terra (Università di Padova, Miglior Documentario Italiano a Cinemambiente Torino 2012)
  • Mani. Un racconto sul cibo (Premio Miglior Documentario Food Film Festival 2014)
  • Contadini di montagna (Premio Touring Club al Trento Film Festival 2015)
  • Ritratti in malga (Premio Valsusa Film Fest 2017)
  • Uomini e pietre (Accademia Montagna Trentino 2019)
  • Latte Nostro (Ecomuseo Acque Gemonese, Ecomuseo Val di Peio 2018)
  • Manufatti in pietra (Accademia Montagna Trentino, 2019)
  • Paesaggi del cibo (tsm/step 2021, con Andrea Colbacchini)

 

a cura di Maddalena Pellizzari