Welfare generativo: come accompagnare i cambiamenti della montagna

Valentina Chizzola, Senior Researcher & Coach presso la Fondazione Franco Demarchi di Trento, si occupa da anni di differenze sociali e culturali, cittadinanza attiva e welfare di comunità. Recentemente, con Francesco Gabbi e Tania Giovannini, ha curato la pubblicazione del volume “Vivere la montagna che cambia. Prospettive ed esperienze di welfare generativo” a cura della Fondazione Bruno Kessler, una raccolta di contributi di studio ed esperienze sul welfare in ambienti di montagna.

Sulla base di questo recente lavoro, le chiediamo di raccontarci quali sono i principali cambiamenti dal punto di vista del welfare che investono le terre alte e quali le risposte che vengono messe in campo.

«I macro trend di cambiamento a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni – spiega la ricercatrice - hanno un forte impatto sulla società, sulla cultura, sull'economia anche nelle aree montane. In ambiente montano volendo generalizzare, possiamo individuare tre tipologie di cambiamento: il cambiamento demografico, che ha visto sempre più persone dirigersi verso le aree metropolitane ed ha causato un forte spopolamento delle aree montane; il cambiamento climatico, che ha ricadute importanti anche a livello economico, ad esempio per il settore turistico montano che si basa su impianti sciistici, ma anche per l'agricoltura, chiamata a rivedere la propria produzione in vista di climi più miti; non da ultimo il cambiamento del sistema sociale, strettamente connesso a quello demografico, in cui si vede la difficoltà per le persone a creare comunità coese. Le risposte del welfare, di cui si parla nel libro “Vivere la montagna che cambia” non si concentrano tanto sul welfare inteso come fornitura e disponibilità di servizi socio-sanitari, ma sul welfare di comunità, ovvero sui modi in cui le comunità hanno costruito reti di cittadini e cittadine che possono talvolta supplire alla mancanza di servizi stessi. Risposte che vanno nella direzione di costruire e rinforzare legami nelle comunità rimanenti con l'obiettivo di generare circuiti virtuosi di riqualificazione».

 

Nella pubblicazione si parla di “emarginazione, marginalità̀ e inaccessibilità̀” che si sono concretizzate nella “povertà̀”. Questo vale per tutto il territorio montano del nostro Paese o al suo interno ci sono delle differenze?

«In realtà tale concetto si riferiva principalmente al territorio montano prima della cosiddetta “riscoperta” della montagna alla fine del 18 secolo. Riguardava cioè i territori marginali che vivevano principalmente sull'economia di sussistenza. Tuttavia oggi è rimasto parzialmente vero per alcuni territori, esclusi, ad esempio, dai fenomeni turistici, così come da finanziamenti di tipo strutturale, che ne hanno permesso uno sviluppo differente. Ma tracciare delle tipologie territoriali credo sia concettualmente difficile negli studi territoriali, perché spesso siamo di fronte a delle realtà fortemente ibride e differenziate”.

 

Quindi nei territori a forte propensione turistica o in quelli investiti da finanziamenti di tipo strutturale ci sono sistemi di welfare più sviluppati?

«Se per welfare intendiamo i servizi socio-sanitari, sì, soprattutto nelle stagioni turistiche. Se invece parliamo di welfare nell'accezione del libro, ovvero come reti comunitarie di supporto alle popolazioni, questo non è necessariamente vero, anzi, l'andamento intermittente delle stagioni turistiche spesso crea condizioni meno favorevoli per la creazione e il consolidamento di reti nelle comunità residenti”.

 

Nel libro viene suggerita la creazione di servizi di welfare che partono dalle esigenze di “chi la montagna la vive”. Ma oggi non esiste più un solo modo di “vivere la montagna” ma diversi tra stagionali, turistici, pendolari e così via.

«Sono d'accordo, in linea generale, sul fatto che si debba lavorare sulla costruzione partecipata di servizi di welfare che tengano conto di tutti gli attori che vivono in modi differenti la montagna, quindi anche di coloro che la vivono in modo pendolare o stagionale. Molto spesso però la modernità ha visto una sorta di “urbanizzazione” della montagna, o di attribuzione di un modello concettuale urbano ai territori montani. Nella pubblicazione si ribadisce più volte, anche sulla base delle esperienze descritte, la necessità di ipotizzare una costruzione partecipata delle politiche e dei servizi che comprendano in primo luogo chi la montagna la vive in maniera stanziale, valorizzando le numerose pratiche che questi abitanti nel corso degli anni hanno sviluppato per prendersi cura dei loro territori. In sintesi, credo sia importante non definire politiche per la montagna che siano eterodirette dallo sguardo urbano, ma che vengano co-progettate con chi le politiche le utilizza e ne usufruisce».

 

Quanto le risposte di welfare territoriale devono tener conto delle reti montagna-città?

«Esiste una forte dipendenza tra montagna e città, quindi in un'ottica metromontana lavorare sulle reti diventa fondamentale. Ma non a senso unico. Perché la definizione del welfare territoriale deve sempre partire da una forte cooperazione ed essere costruita in un'ottica integrata che trovi il giusto equilibrio tra l'accentramento dei servizi nelle valli e la valorizzazione delle specificità locali».

a cura di Maurizio Dematteis