Fuori dal finestrino: volti e paesaggi dei nuovi montanari

L'autore si sente tradito dalla città dispensatrice del sogno urbano del benessere diffuso, così come troppe volte è stata tradita la montagna alpina con promesse di sviluppo equilibrato puntualmente disattese. In più deve saper rispondere dalla domanda di Anna, sua figlia di dieci anni, che chiede «ma perché non veniamo a vivere in montagna?». Così si mette in viaggio nel tentativo di comprendere le ragioni, i sentimenti, le speranze, i progetti dei tanti “nuovi montanari”, per lo più giovani che alcuni hanno cinicamente liquidato come “la generazione perduta” privata di concrete possibilità di poter scegliere il proprio percorso personale e professionale.

Fuori dal finestrino, quello di una corriera o di un treno regionale, mezzi pubblici a bassa velocità che ti permettono una relazione più profonda con i luoghi attraversati, scorrono davanti agli occhi i paesaggi della periferia della città, del fondovalle industrializzato, dell'agricoltura eroica dei terrazzamenti, della montagna turistica e di quella abbandonata. Sono paesaggi che riservano spesso sorprese e che soprattutto sollecitano pensieri. Dal finestrino di un autobus di linea la visione è laterale, obliqua, incompleta e per questo lascia spazio alla riflessione e soprattutto all'immaginazione.

Nel suo viaggiare si indigna per gli ecomostri da vacanza, per la scarsa attenzione ai trasporti pubblici, per l'incapacità di molti di riconoscere i tratti di innovazione delle attività di tanti nuovi abitanti. E fa tutto ciò con toni che riecheggiano il miglior documentario di inchiesta, senza mai incorrere nel dualismo tranchant città o montagna (aut...aut), ma provando a riconnettere i fili della relazione tra città e montagna., a pensare città e montagna insieme (et…et) «come luoghi che si parlano, luoghi tutt'altro che antitetici. Due realtà che si compensano e non possono vivere, ormai, l'una senza l'altra. Insomma, …, due facce dello stesso mondo».

Ma i paesaggi diventano presto volti. Tullio Pericoli ci ha insegnato che i volti sono paesaggi, e viceversa in una ininterrotta continuità. I segni del volto conservano la storia di un individuo mentre il paesaggio quella di una comunità. La descrizione dei paesaggi attraversati, partendo dalle città del triangolo industriale Genova-Torino-Milano, simbolo dell'ormai passato miracolo economico, è fitta e densa. Così come le storie dei nuovi abitanti delle valli alpine, tutti portatori di storie uniche e diverse ma che condividono l'aver visto nella montagna una possibilità di vita diversa. Sono le storie di intellettuali e ricercatori come Luca Mercalli, Enrico Camanni, Annibale Salsa e Marco Aime ma anche e soprattutto sono le storie di coloro che nella montagna hanno trovato e ricercano una diversa vivibilità. Così come Laura e Andrea gestori del rifugio Giacoletti in Valle Po, Vittoria e Luca dell'azienda agricola Fattoriamo della Val d'Ossola, Marta e Giorgio allevatori e gestori di un agriturismo in Valle Maira, Daniele ricercatore in Valle di Susa. Sono tutti testimoni, pur tra mille difficoltà, di un'innovazione possibile.

La loro vera impresa, prima ancora di quella legata al lavoro di tutti i giorni, è riscrivere creativamente una storia che troppo spesso è stata percepita come già scritta, un tentativo di sottrarsi a ciò che è già scontato, all'inevitabile fluire delle cose ritenute ineluttabili. Lontani dai frikkettoni e dai post-sessantottini, sono prima di tutto cittadini, molti dei quali giovani, che hanno lasciato i centri urbani alla ricerca di una nuova opportunità in montagna all'insegna di una diversa vivibilità. Cittadini che perciò reclamano un diritto alla città intesa come civitas, fatta di relazioni, socialità, servizi e istituzioni, «capaci di offrire ai cittadini dovunque risiedano i vantaggi di una vita per l'appunto civile». Si, perché anche la montagna deve sapere essere città, ma una città diversa da quella che si pone in modo arrogante in termini di dominio verso la montagna stessa. La montagna alpina deve riuscire a sviluppare tutte quelle attività, quelle funzioni, quei servizi che garantiscono una buona vivibilità ai suoi abitanti e l'uscita da un da un rapporto di dipendenza con le metropoli tradizionali.

Lo sguardo dell'autore è appassionato e caldo, critico ma allo stesso tempo sempre propositivo. L'ascolto delle storie ci aiuta a comprendere alcuni tratti dell'attuale crisi, intesa in senso ampio come periodo di discontinuità e cambiamento dagli esiti non prevedibili. Una crisi non solo economica «ma qualcosa di più complesso e articolato, una sorta di crisi culturale, la ricerca di nuovi paradigmi». La crisi che Dematteis delinea attraverso Via dalla città richiama alla mente quello spazio che può essere metaforicamente accostato alla “linea d'ombra” descritta da Joseph Conrad. La linea d'ombra è il tempo dell'attesa di ciò che ancora non conosciamo e che potrebbe arrivare, o che forse non arriverà mai, ma anche l'occasione per la riflessione e per dar corpo alla speranza, per realizzare un progetto di cambiamento che si rifiuta di pensare che il destino della montagna sia consegnato ad un inesorabile e ampiamente previsto declino. Uno spazio in cui esplorare e praticare inedite possibilità. Siamo lontani dal sentimento del salto nell'ignoto dovuto ad una reazione istintiva di diserzione e fuga da spazi urbani che garantiscono una scarsa qualità di vita. Cogliamo piuttosto il tentativo di accogliere la sfida di dare un senso diverso alla vita, provando ad aprire nuovi spazi. La sfida dei “nuovi montanari” si disvela come quella di riscrivere creativamente una storia che troppo spesso percepiamo come già scritta, un tentativo di sottrarci a ciò che è già scontato, all'inevitabile fluire delle cose ritenute troppo spesso ed erroneamente ineluttabili e fuori della nostra portata.

Gianluca Cepollaro