L’aventure c'est une secret. Dialogo con Andrea Trivero

Andrea Trivero è il direttore di Pacefuturo, un'associazione nata nel 2001 a seguito dell'attentato alle Twin Towers di New York con il desiderio di approfondire i temi della pace, della solidarietà, della cittadinanza attiva. Dal 2010 è iscritta nel Registro Nazionale Pro Immigrazione. Nel 2011 sperimenta la prima forma di accoglienza di migranti, con l‘arrivo di profughi africani ospitati per circa due mesi nella propria sede di Pettinengo: una villa storica di fine '800. Dal 2014 questa esperienza assume un carattere di continuità grazie al progetto «Pettinengo, un paese che accoglie» che si avvia tra molta disinformazione e paura nella comunità locale.


Lei è un ingegnere di formazione ma ha sempre lavorato in Africa seguendo numerosi progetti umanitari. Perché non vuol sentir parlare di “integrazione intercuturale”?

A.T.: Preferiamo parlare di inclusione. Un obiettivo ambizioso ma possibile, da raggiungere giorno per giorno attraverso l'incontro, la conoscenza reciproca, la partecipazione attiva ad iniziative di formazione e informazione... anche se poi la differenza la fa solo una semplice parola: lavoro. Non ci può essere inclusione se il territorio non ha sbocchi lavorativi. A quel punto rimane la conoscenza reciproca, la formazione o meglio l'in-formazione.

 

L'integrazione è un'altra cosa?

A.T.: Per parlare realmente di integrazione interculturale servirebbero programmi strutturati di facilitazione all'incontro e tanta, tanta educazione. Qui a Pettinengo abbiamo cercato invece di fare in-formazione, per due motivi principalmente: perché il territorio Biellese è in profonda crisi economica con pochissimi posti di lavoro ancora disponibili e perché questa migrazione è di transito e si stabilisce solo dove il territorio può dare lavoro. A questi ragazzi cerchiamo di rendere chiaro ciò che accade in Europa, In Italia e a Pettinengo. Certo così facendo stravolgiamo completamente il loro immaginario, ma il nostro scopo è esattamente questo: cercare di aderirlo il più possibile alla realtà, parlando loro, contestualmente, di diritti e doveri. In questo piccolo paese di montagna, poco più di 1500 anime a 700 metri di quota, risiedono attualmente ottanta profughi, un numero elevatissimo rispetto alla popolazione residente e soprattutto rispetto alle soglie del 2,5 per mille. Afgani, pakistani, bengalesi, africani e persino un libico. Con tutte le difficoltà e i razzismi che anch'essi si portano dietro dalla loro cultura. Perché non dobbiamo fare l'errore di credere che siccome uno è richiedente asilo diventa automaticamente più tollerante nei confronti del diverso, intendiamoci. Però noi cosa conosciamo dell'altro? Niente, poco, e in fondo non ci interessa nemmeno.

 

Questo flusso migratorio ci costringe tuttavia a nuove prospettive, obbligandoci in qualche modo ad allargare i nostri orizzonti di senso oltre il quotidiano...

A.T.: E questa è una delle poche cose positive che sta accadendo. Tuttavia si continua ad alimentare questo flusso gestito da criminali sempre più vicini ai clienti, capaci di fornire loro online tutte le informazioni richieste. Un meccanismo ben oliato, produttivo, efficiente e brutale conosciuto da tutti quelli che si occupano di questi temi. L'Europa fa il gioco delle dieci carte, orecchie da mercante e anche affari con i malviventi che in Africa sono al potere da decenni. Quelle che stiamo vivendo ora sono solo le prime conseguenze di decisioni così scellerate. Sono solo i primi effetti di tutta una certa politica condotta a livello europeo dal colonialismo in poi.

 

Ricondurre tutto alla politica e alle evidenze delle possibili quanto inattuate soluzioni pare essere il punto di arrivo di qualunque ambito tematico trattato da questa newsletter. L'impressione snervante è quella di scontrarsi sempre sullo stesso muro di gomma, cosa ne pensa?

A.T.: Penso che la politica siamo noi. Fermarsi a dire «è colpa della politica» è un errore, perché la domanda giusta da porsi è: «ma io cosa posso fare?». È per questo che quando il Presidente di Pacefuturo, Marco Tonon, mi chiese di ideare un progetto di accoglienza accettai subito senza riserve. Perché non volevamo che lo Statuto della nostra associazione, che parla esplicitamente di percorsi per costruire la pace, restasse lettera morta. Così ho creato un team di lavoro con esperti di progetti di sviluppo in Africa ed in particolare con il mio amico dott. Paolo Ferraris non abbiamo fatto niente altro che applicare le metodologie e le analisi che si fanno in qualsiasi progetto di sviluppo che abbia un senso. Questo passaggio è fondamentale per un un progetto di accoglienza in Italia: non bastano il buonismo o peggio un vecchio albergo dismesso; né tantomeno le caserme vuote. Ci vuole professionalità, creatività e profonda conoscenza del territorio.

 

Come sono i ragazzi che accogliete nelle vostre strutture?

A.T.: Sono giovanotti tra i 20 e i 30 anni che, con l'aiuto finanziario di tutta la rete familiare africana, tentano di cambiare la propria sorte e quella di chi rimane giù. Per quanto frustrante possa essere la loro vita una volta giunti in Europa, avranno da mangiare e una minima prospettiva di crescita, cosa che lì, soprattutto in alcune zone rurali del Sahel che conosco bene, non è per nulla scontata, anzi ad oggi è impensabile. La maggior parte di essi sono sposati con figli, costantemente pressati dalle richieste economiche della famiglia e in un certo senso obbligati a postare qualcosa su facebook per dire: «Guardate, ce l'ho fatta». In Africa infatti è del tutto inconcepibile che uno Stato ti accolga mantenendoti così, come facciamo noi.

 

Parliamo di questa esperienza inclusiva a Pettinengo, un piccolo paesino della montagna biellese. Cosa ci può raccontare della fase di avvio del vostro progetto?

A.T.: Quando nel 2014 arrivarono i primi africani successe il finimondo. La gente ovviamente non era preparata, non aveva alcuna informazione se non quella che ci propina la televisione: guerre, malattie e oggi terrorismo. E poi l'atteggiamento delle Forze dell'Ordine non aiutava a tranquillizzare gli animi. La polizia accompagnava questi ragazzi in piena notta, scortandoli con i propri mezzi a lampeggianti accesi. Tutti i poliziotti erano infilati nelle sovratute bianche e con addosso le mascherine. Erano una rappresentazione plastica della paura provata dallo Stato. Adesso, a distanza di un anno e mezzo, è tutto cambiato. La Prefettura di Biella ci chiama dicendo di andare a prenderli direttamente all'hub di Settimo torinese o ci avvisano che ci stanno aspettando in stazione.

 

Che tipo di progetto è “Pettinengo, un paese che accoglie”?

A.T.: Il nostro è un Centro di Accoglienza Straordinaria. Questo ci ha permesso di mettere in campo una politica che associasse alla gestione dei flussi migratori un progetto pilota di welfare generativo, trasformando gli arrivi in una risorsa per la comunità locale. La prima sfida è stata coinvolgere la parte di residenti più fragile, dando lavoro a persone che lo avevano perso a causa della crisi e che grazie a questo progetto hanno potuto esprimere nuovamente competenze acquisite nel corso della propria esistenza. Sono nati così il Corso di apicoltura gestito da Massimo e Mamadou Traore, proveniente dal Mali e adesso esperto e appassionato apicoltore, che oggi produce il Miele Alto Paradiso in collaborazione con la Fondazione Pistoletto di Biella. Nel tempo si sono poi moltiplicati i laboratori di tessitura in collaborazione con la ditta Fratelli Piacenza che produce fibre nobili, sartoria, lavorazione della ceramica e di cosmesi naturale otteuta dalla raccolta e trasformazione delle erbe spontanee di Pettinengo: achillea e iperico. A ognuna di queste iniziative, tutte gratuite, possono partecipare tanto gli ospiti delle strutture di accoglienza quanto la comunità locale. Tutto questo è stato possibile coinvolgendo le associazioni del territorio e le persone, risorse che in ogni comune esistono ma che bisogna andare a scovare e "corteggiare" un po', soprattutto in montagna. Vorrei ringraziare le associazioni Piccola Fata e TessituraeOltre e tutti i volontari che settimanalmente offrono gratuitamente il loro prezioso servizio per tutti i laboratori a cui abbiamo dato il nome Aracank'io.

 

Vi siete chiesti in pratica come attivare processi di inclusione che coinvolgessero tutti, migranti e residenti?

A.T.: Sì, abbiamo attivato tali processi in sinergia con la comunità locale passando anche, soprattutto, attraverso il lavoro. Perché senza lavoro non c'è dignità, appartenenza, comunità e quindi inclusione. E dunque abbiamo pensato subito a come rivitalizzare alcuni settori puntando su ciò che di meglio poteva offrire il nostro territorio. Io sono andato in giro per il mondo ma sono tornato fra i monti ed ora vivo qua. E mi sento montagnino, perciò mi chiedo cosa possiamo trasmettergli come gente di montagna. Ho una trentina di animali, so cosa vuol dire vivere in montagna. Quella che ci veniva proposta era una occasione straordinaria di scambio e confronto ed ero certo che gli abitanti di un piccolo paese di montagna avrebbero potuto donare molto ad ognuna di queste persone così come io ho ricevuto tanto dai contadini e allevatori del Sahel. Mi piace ricordarne uno per tutti: il mio amico Daniel Balima di Tenkodogo in Burkina Faso ex Alto Volta, 65 anni, sposato, con figli, ma senza l'uso delle gambe dalla nascita. Nella sua semplice e dura vita di ortolano e vivaista al limite del deserto del Sahara ha seminato e fatto crescere più di un milione di alberi. Uscirà presto un documentario su di lui che ho realizzato insieme ad alcuni amici...

 

Si tratta, per loro, anche di un processo graduale di (ri)conquista dell'autonomia individuale?

A.T.: Esatto, ed è per questo che abbiamo aperto delle strutture verso la città. Nell'Africa dell'ovest, quando gli prende questa voglia di partire, di andare lontano, si chiamano tra loro «les aventuriers». Un po' di tempo fa mi recai a Pianura vicino a Napoli per portare i saluti delle loro famiglie ad alcuni ragazzi del Burkina Faso che lavoravano come braccianti nella raccolta di ortaggi. Entrai perciò nel quartiere fatiscente black di Pianura e chiacchierai con i giovani che, quand'ero in Africa, vedevo di ritorno tutti tirati con anelloni pseudo d'oro in sella alle loro motorette appena acquistate. Alle mie domande su come stavano mi rispondevano che andava tutto bene, che erano su da due o tre anni e che era tutto ok. Parlammo cordialmente nel cortile per ore ricordando i luoghi e i famigliari lontani ma non vollero farmi vedere le loro camere:

«l'aventure c'est une secret».

Volevano dire che non potevano rischiare di perdere la loro dignità mostrando le condizioni reali di vita cui erano costretti per guadagnare quattro soldi da spedire alla famiglia in Africa, in condizioni ben peggiori delle povere ma dignitose soluzioni alle quali erano abituati nel loro paese. Perché questa è la triste realtà: queste avventure, questa continua ricerca di speranza, dignità e lavoro devono rimanere segrete alle loro famiglie ma anche a noi europei per continuare ad alimentare questo sistema malato, difficile da scardinare.


Intervista di Vesna Roccon