La neo-direttrice della Fondazione Dolomiti UNESCO si racconta

Mara Nemela, 46 anni, ingegnere ambientale di Canazei, dal primo giugno di quest'anno è la nuova direttrice della Fondazione Dolomiti UNESCO, votata all'unanimità dal Consiglio di Amministrazione. L'abbiamo intervistata per farci raccontare presente e futuro auspicato per l'area Dolomiti UNESCO.

 

Com'è arrivata alla direzione della Fondazione Dolomiti UNESCO?

Ho cominciato ad occuparmi di aree protette e dei temi relativi all'UNESCO presso il Comun General de Fascia (comunità di valle della Provincia autonoma di Trento, ndr) nel 2015. Essendo la Val di Fassa toccata da due dei nove Sistemi dolomitici, abbiamo deciso di dotarci di un sistema di gestione delle aree protette coordinato tra aree UNESCO e sistema Natura 2000. Lavorando su questi temi mi sono appassionata sempre di più, fino ad arrivare a voler partecipare alla selezione per diventare direttrice della Fondazione Dolomiti UNESCO.

 

Quali sono le azioni che si prefigge di portare avanti?

Ho cominciato con l'ascolto, ad incontrare tante persone. E penso che in futuro continuerò a sentire i testimoni del territorio. In questa fase è importante promuovere la partecipazione come chiave interpretativa di tutta la nostra programmazione. Nei prossimi anni dobbiamo lavorare con le popolazioni e con le categorie locali. Dobbiamo capire con loro come il riconoscimento UNESCO possa essere declinato nel creare sviluppo sui territori. Promuovere un riconoscimento che permetta di fare economia sostenibile, attivare reti di imprenditoria sostenibile. Lavoreremo gomito a gomito con i produttori, con gli esercenti e soprattutto con chi fa intermediazione nell'approccio alla montagna: guide alpine, accompagnatori di territorio, esercenti nel campo del turismo, fino ad arrivare agli operatori museali. Perché dobbiamo dare la possibilità a chi sale in montagna di poterla vivere in chiave UNESCO.

 

Come valorizzare il paesaggio dolomitico?

Il paesaggio dolomitico si valorizza innanzitutto conservandolo. Perché senza conservazione non è possibile valorizzare nulla. Anche se siamo consci del fatto che il territorio muta, e che il cambiamento è imprescindibile, e sarebbe sbagliato vedere il patrimonio UNESCO come un qualcosa che deve rimanere immutato nel tempo. Dobbiamo ammettere un'evoluzione, ma un'evoluzione che deve essere molto attenta, calibrata e soprattutto programmata. Perché non si possono lasciare i territori UNESCO senza programmazione.

In poche parole dobbiamo fare paesaggio, che significa dare delle chiavi di interpretazione al territorio che guardiamo. Il paesaggio nasce nel momento in cui non ci si limita ad osservare ma si cerca anche di  capire. La Fondazione da anni cerca di aprire nuove visuali, di creare nuovi sguardi sul paesaggio cercando di dare una sua interpretazione. Ad esempio con l'ideazione del Dolomites World Heritage Geotrail, un percorso di che attraversa i diversi Sistemi delle Dolomiti Patrimonio Mondiale e che si prefigge di accompagnare gli escursionisti nella lettura della storia della terra attraverso le Dolomiti. Altre iniziative raccontano invece l'attività dell'uomo nella manutenzione del territorio che permette di valorizzare ma anche di conservare il paesaggio. Perché valorizzazione e conservazione vanno sempre a braccetto. E valorizzare il paesaggio significa anche aiutare le persone che risiedono o vengono a vivere in queste montagne a comprenderne il valore.

 

Quali le cose da evitare per non compromettere il paesaggio dolomitico?

Il territorio dolomitico è perennemente a rischio, perché è un territorio appetibile. È altrettanto vero che l'attività dell'uomo nelle dolomiti c'è sempre stata, e la mancata compromissione del paesaggio ha sempre poggiato sull'equilibrio tra le attività umane e ambiente. Da una parte è un bene che la montagna dolomitica abbia tanti presidi attivi e che non ci siano luoghi dell'abbandono, ma dall'altra il patrimonio UNESCO richiede una certa sobrietà. Le trasformazioni molto spesso sono inevitabili ma mai oltre il necessario. Non si può pensare che ad esempio un rifugio, per come è stato concepito tanti anni fa, possa essere ancora attuale, qualche miglioria va fatta. Ma in questi casi il senso del limite è facilmente intuibile, basta che ci sia una condivisione sui valori. Perché prima bisogna condividere i valori, e solo dopo calibrare gli interventi. Per tutelare la conservazione non bastano i vincoli passivi, bisogna agire sulle popolazioni che abitano i territori spiegando loro che l'integrità del paesaggio è il valore economico più grande che hanno.

 

Quale il ruolo delle giovani generazioni?

Sul territorio ho incontrato tanti giovani estremamente attenti agli aspetti ambientali. Abbiamo rilevato un ritorno di giovani generazioni nell'agricoltura di montagna, un fatto assolutamente positivo che garantisce la continuità di un certo assetto paesaggistico. Inoltre molti insegnanti realizzano lavori didattici con gli allievi per aumentare la consapevolezza dei valori identitari e territoriali. E avere dei giovani orgogliosi del proprio territorio, della propria appartenenza, è la prima garanzia per il patrimonio UNESCO. Per questo motivo la Fondazione Dolomiti UNESCO ha sempre investito sulle giovani generazioni attraverso la propria Rete della formazione. Grazie anche ai nostri sforzi le giovani generazioni oggi sono più attente e consapevoli rispetto a chi le ha precedute. Sono loro i primi testimonial delle Dolomiti, più efficaci rispetto a qualsiasi campagna stampa e progetto di comunicazione.

 

Qual è l'importanza di manifestazioni come la recente mostra “Dolomiti Patrimonio mondiale UNESCO. Fenomeni geologici e paesaggi umani”?

Il valore di questa mostra non sta solo nell'esposizione. Quella naturalmente esiste, è cruciale ed è centrale. Richiamerà migliaia di visitatori e ci aiuta a creare consapevolezza dei valori territoriali. Ma esiste anche tutto il lavoro preliminare, quello di partecipazione, fatto dalla rete della formazione, che supporta tutte queste manifestazioni culturali. Inoltre la mostra in futuro potrà circolare, diffondendo la consapevolezza della bellezza e l'importanza del nostro paesaggio sui vari territori interessati, aiutandoli a diventare sempre più coesi, aumentandone la forza e le possibilità di ottenere risultati sempre più importanti.

 

Quale futuro si immagina per l'area dolomitica?

Nel corso dei suoi dodici anni di lavoro sul territorio la Fondazione ha disseminato tanto. Mi auguro che tutto questo grosso lavoro di informazione, diffusione di buone prassi e valori di tutela in qualche modo possa crescere. In futuro mi aspetto di vedere una frequentazione della montagna autentica, dove turisti e residenti possano fruire delle Dolomiti con maggiore consapevolezza e conoscenza di un paesaggio che ne fa un unicum a livello mondiale. Un futuro in cui nei rifugi si potranno trovare prodotti locali e una cucina basata su sapori autentici, un'ospitalità che permetta al turista di entrare a conoscere realmente la nostra realtà. Mi piacerebbe vedere un'area dolomitica frutto di una comunità coesa, consapevole e orgogliosa dei propri valori e delle proprie specificità. Non vorrei più vedere l'omologazione e overtourism, che rischiano di diventare boomerang molto negativi per gli stessi operatori turistici. Auspico un futuro di equilibrio territoriale.

a cura di Maurizio Dematteis