La nuova centralità della montagna e dei territori di ''margine''. Dialogo con Antonio De Rossi.

Questa intervista è inserita nella seconda Newsletter del 2019 di Montagne in Rete che si occupa della resilienza delle aree alpine di fronte agli eventi naturali estremi che si stanno verificando con una sempre maggiore frequenza, della necessità di trovare strumenti adatti per il governo del territorio, della vivibilità delle aree di montagna e dei sempre più frequenti esempi di re-insediamento delle zone marginali. Al prof. De Rossi abbiamo posto una serie di domande che possono servire a contestualizzare il discorso offrendo un quadro generale del tema e alcune chiavi di lettura.

Antonio De Rossi è professore ordinario di progettazione architettonica e direttore dell'Istituto di Architettura Montana del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino. Tra il 2005 e il 2014 è stato vicedirettore dell'Urban Center Metropolitano di Torino. Da tempo si occupa di trasformazioni contemporanee del territorio e del paesaggio alpino e di storia dell'architettura moderna in montagna. È autore di diversi progetti architettonici, e con i due volumi «La costruzione delle Alpi» (Donzelli, 2014 e 2016) ha vinto i premi Mario Rigoni Stern e Acqui Storia.

 

L'Italia è disseminata di aree marginali: valli, zone montane e dorsali appenniniche che occupano più dei due terzi del territorio e dove si concentra quasi un quarto della popolazione italiana. Si tratta di aree che soprattutto in passato non sono state coinvolte nelle dinamiche e nelle strategie politiche di sviluppo – nazionali, ma anche locali – e che hanno sofferto un impari confronto con le realtà urbane e di pianura. Possiamo dire che qualcosa è cambiato o queste aree vivono ancora una situazione di marginalità?

Il nostro libro-progetto collettivo Riabitare l'Italia (Riabitare l'Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, a cura di A. De Rossi, Donzelli, 2018), il quale tenta di offrire un affresco complessivo su questi temi, ha un sottotitolo che credo riassuma emblematicamente quanto lei dice: le aree interne tra abbandoni e riconquiste. Oggi siamo di fronte a una situazione per molti versi dinamica, di segno molteplice e a macchia di leopardo. Da un lato ci sono spazi che incrementano le loro debolezze e fragilità, dall'altra parte ci sono luoghi che hanno intrapreso percorsi che in prospettiva magari li porteranno ad essere più forti di quelle aree intermedie di recente urbanizzazione (città diffusa, distretti, ecc.) oggi sovente in crisi. Talvolta questi processi costituiscono l'inaspettato ribaltamento – si pensi alle valli occitane del Piemonte – di quelle condizioni di abbandono e marginalità che avevano caratterizzato quei territori per tutta la modernità novecentesca. Quindi è difficile generalizzare, trovare delle facili classificazioni: bisogna prendere questi luoghi e analizzarli attentamente, sia sotto il profilo socioeconomico, sia sotto la chiave, per molti versi decisiva, delle metamorfosi culturali.

Un dato sembra in ogni caso essere centrale: per la prima volta dalla nascita dello stato unitario le montagne e i territori di “margine” di questo Paese vengono pensati non soltanto come un problema e una criticità, ma anche come una risorsa, come uno spazio potenzialmente al positivo. Di fronte alla crisi e alla sclerotizzazione delle zone metropolitane, le aree interne vengono viste come uno spazio della possibilità. Questa inversione di sguardo è l'esito di un lungo processo di trasformazione culturale che a partire dalla fine degli '70 ha posto al centro il tema di un ripensamento delle forme di modernizzazione di questo Paese, e che da qualche anno sta infine venendo a galla attraverso diverse pratiche: dai fenomeni di reinsediamento sulle Alpi, attraverso le esperienze delle cooperative di comunità sull'Appennino, fino ai percorsi di riattivazione dei luoghi fondati sull'innovazione a base culturale ad esempio in Sicilia e in parti del Sud d'Italia. In questo momento, sono centinaia e centinaia i piccoli fuochi progettuali che ardono lungo i margini di questo Paese. Il libro-progetto Riabitare l'Italia è anche, oltre la dimensione analitica e scientifica di studio delle aree interne, una primissima mappa di quanto sta avvenendo. È evidente che questi sommovimenti rimettono in gioco le grandi categorie concettuali, in primis geografiche, con cui tradizionalmente interpretiamo questo Paese, tutte basate su modalità dicotomiche: le città versus la campagna-montagna, il Nord contro il Sud. La nuova centralità dei “bordi” corrisponde sovente a una crisi dei territori intermedi tra l'urbano e il rurale, come l'Italia dei distretti e degli spazi di recente urbanizzazione, e ciò porta a una ridefinizione delle mappe consuete.

 

Lei sottolinea come in questi ultimi anni si stia progressivamente trasformando il modo di vedere le montagne e i territori di “margine”. In «Riabitare l'Italia» si sottolineava, in effetti, la necessità di «Guardare all'Italia intera muovendo dai margini, dalle periferie. Considerare le dinamiche demografiche, i processi di modernizzazione, gli equilibri ambientali, le mobilità sociali e territoriali, le contraddizioni e le opportunità, per una volta all'incontrario. Partendo dalla considerazione che l'Italia del margine non è una parte residuale; che si tratta anzi del terreno forse decisivo per vincere le sfide dei prossimi decenni». Veniva suggerito un cambio di prospettiva per «imparare a riscoprire il margine che si fa centro» proponendo un nuovo modo di interpretare le aree marginali e definirne, quindi, strategie di sviluppo. Secondo Lei questo invito che sembra sia stato colto si traduce anche in nuove progettualità?

Oggi le cosiddette aree interne, i territori montani vanno di moda, fanno tendenza. Ma pensare che bastino poche azioni politiche e un breve lasso di tempo per ribaltare una situazione che accompagna praticamente tutta la storia nazionale dall'Unità fino a oggi sarebbe ingenuo. I territori interni, di margine, richiedono un grande progetto della durata pluridecennale, realizzato non in contrapposizione alle aree metropolitane, ma in stretto intreccio con esse. Se c'è stato un errore, innanzitutto epistemologico, durante la modernizzazione novecentesca è stato quello di rinchiudere i territori che si stavano indebolendo dentro ad areali dai confini netti, cosa che ha contribuito a rompere quelle molteplici relazioni di interdipendenza che erano la base di funzionamento di questi territori. Ma la prima mutazione che deve essere praticata concerne indubbiamente gli sguardi e gli immaginari. Da qui l'immagine dell'inversione di sguardo. Cosa significa e comporta guardare l'Italia dai suoi margini? Non è una banale operazione retorica, ma un radicale mutamento di prospettiva e di significato, dalle valenze progettuali potenzialmente fortissime.

 

Come fare, dunque, per emancipare le aree marginali? Quali processi e quali strumenti di governo del territorio possono supportare dal punto di vista politico e culturale questo cambiamento? Quali dinamiche devono crearsi e come è possibile innescarle? Ci sono esempi virtuosi o “apripista” di percorsi di riattivazione economica e sociale della montagna?

Le aree interne e marginali soffrono innanzitutto di mancanza di competenze e giovani energie. In linea con quanto sostenuto ad esempio dal Forum Diseguaglianze e Diversità, bisognerebbe dare vita a una forte azione di reclutamento dentro gli enti e le strutture pubbliche locali con giovani preparati e motivati. Giovani capaci di portare, per dirla alla Bruno Latour, culture sociotecniche e visioni non settorializzate. Perché le aree interne necessitano di progettualità integrate, in cui innovazione e storia, tecnica e ruralità, vengono a intrecciarsi.
Le storie di successo parlano innanzitutto di questo, di integrazione e di intreccio. Non vanno catalogate e replicate come per anni ci hanno insegnato le ricette preconfezionate dei progetti europei. Bisogna capire chi sono stati gli innovatori, i punti di leva, le reinvenzioni delle tradizioni. Soprattutto, le aree interne necessitano, più che di aiuti e di incentivi economici, di poter essere messe nelle condizioni di poter progettare e agire. Come recita il comma 2 dell'articolo 3 della Costituzione – “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” –, compito della Repubblica non è fare le cose o sostituirsi ai cittadini, ma creare le condizioni affinché le forze innovatrici della società possano manifestarsi e prevalere. È esattamente il contrario della visione assistenzialista e paternalista che lo stato ha sempre avuto nei confronti degli spazi di margine.

 

Parlando delle recenti pratiche insediative sulle Alpi, Lei ha fatto riferimento anche alla necessità di coniugare la conservazione e la valorizzazione delle risorse storiche e naturali con progetti innovativi e di qualità per superare il «paradigma della patrimonializzazione» che ha guidato il progetto di “costruzione” delle Alpi nell'ultimo quarto di secolo. Potrebbe spiegarci cosa intende?

La riflessione sullo sviluppo e l'innovazione delle aree interne è molte volte ferma a un'idea di patrimonializzazione delle risorse storiche e culturali, non aliena al pensiero del marketing territoriale, che in fondo ha come obiettivo ultimo la valorizzazione turistica. Per costruire reale abitabilità il turismo non basta, e anzi in alcuni casi è persino controproducente. Noi dobbiamo ricostruire una visione produttiva delle aree interne. Che si tratti di utilizzo ecosostenibile delle risorse forestali o di trasferimento tecnologico legato alla gestione geomorfologica del territorio, di nuova agricoltura o di inedite professione di ricerca e intellettuali. Serve una nuova cultura specifica per questi spazi, capace di riprendere saperi del passato ma intrecciandoli con l'innovazione. Che non può essere solamente tecnologica, pena la creazione di un feticcio che rischia di distogliere l'attenzione dalla necessità di riprocessare in termini completamente nuovi risorse e culture. E questo non può che avvenire che costruendo un dialogo tra interno e esterno, tra saperi locali e globali. L'autarchia è il grande nemico delle aree interne.

 

L'attenzione verso le aree marginali si riscontra anche nella crescita del numero di “nuovi montanari”, ossia di quelle persone che vanno in montagna per vivere e lavorare, provenendo, molto spesso, da esperienze di vita in città o in territori completamente diversi. Chi sono questi nuovi montanari – così come i “montanari di ritorno” – e cosa possono portare alle aree marginali, tenendo anche conto delle persone che già vi si trovano?

Le molte esperienze di riattivazione e rigenerazione che in questo momento stanno avendo luogo nelle aree interne (e sono davvero tantissime) mostrano progettualità di individui che nel loro divenire pratiche si tramutano in atti di valenza collettiva e politica. Questa moltitudine di individui, priva di rappresentanze politiche, sta in qualche modo autorganizzandosi, costruendo percorsi originali e di grande interesse per la messa a punto di progettualità specifiche per questi territori. Percorsi dove valorizzazione delle risorse locali naturali e culturali, turismo responsabile, nuova agricoltura, innovazione sociale a base culturale, inedite forme di imprenditorialità vengono a intrecciarsi. Il caso delle Cooperative di comunità – diffuse sull'Appennino emiliano e non solo – è sotto questo profilo emblematico. La creazione di conoscenze inedite e la gestione dei rapporti di forza diventano, per il successo e il futuro di questi fenomeni in atto, un nodo a questo punto centrale.

 

Non possiamo chiudere senza un cenno ai particolari eventi climatici che hanno più volte colpito il territorio italiano con sempre maggior frequenza e violenza. Pensiamo, su tutti, alla Tempesta Vaia che ha sferzato il Nord-est nel mese di ottobre dello scorso anno. La resilienza delle aree fragili si mostra non solo nella capacità di pensare progetti per superare problemi quali lo spopolamento, il calo demografico, l'invecchiamento della popolazione, ma anche nella forza di fronteggiare e superare queste emergenze. Siamo di fronte ad un fenomeno che aggrava una situazione già difficile? Cosa possono insegnare questi eventi o quali attenzioni impongono per territori già di per sé fragili?

Il tema ambientale è non solo un nodo centrale, ma anche una cartina di tornasole per capire la reale efficacia delle nostre progettualità sulle aree interne. E ancora una volta dimensione culturale e piano concreto si intrecciano insieme. Pensiamo a come si sta “stereotipizzando” il discorso sui servizi ecosistemici. Se da un lato è giusto conferire un valore economico a aria, acqua, boschi per far cogliere ai territori metropolitani il ruolo primario giocato dalle montagne e aree interne, al contempo questo rischia di tramutarsi in riduzionismo e deriva economista. Al contempo la discussione che ha avuto luogo sui recenti provvedimenti legislativi in materia di temi forestali, con la creazione di due fronti fortemente contrapposti, fa talvolta intravedere una visione “ambientalista” che talvolta sembra coincidere con la difesa di un paesaggio culturale, più che delle valenze ambientali. Il ciclone Vaia ci mostra la necessità di una nuova cultura ambientale. Capace di intrecciare cambiamenti climatici, reale difesa dell'ambiente e possibilità per le aree interne di ritornare a essere luoghi “produttivi” in modo sostenibile. Cosa certamente possibile. Ma serve appunto una nuova visione culturale e tecnica.

 

a cura di Maddalena Pellizzari