Legno, architettura, ambienti e paesaggi. Dialogo con Alice Labadini

Questa intervista è inserita nella prima Newsletter del 2020 di Montagne in Rete che si occupa di legno, una risorsa di fondamentale importanza per il paesaggio, l'ambiente e il territorio delle Terre Alte. Ne abbiamo parlato con l'arch. Alice Labadini.

Alice Labadini è architetto e dottore di ricerca in architettura del paesaggio. Tra il 2008 e il 2014 ha insegnato architettura del paesaggio presso la Oslo School of Architecture la Tromsø Academy of Landscape and Territorial Studies in Norvegia, e si è occupata dello studio dei paesaggi e dell'architettura Scandinavi, in particolare in relazione alla componente immateriale del clima nordico. È stata redattrice della serie ‘Landscape Architecture Europe' e editor per la rivista di architettura del paesaggio JoLA.

 

Alice, la nostra conversazione prende le mosse da alcune considerazioni di carattere tecnico sul legno ma vedremo ben presto, conversando con te, che le tue riflessioni ci porteranno ad indagare questa preziosa risorsa anche sotto altri punti di vista. Dunque, quali capacità sono proprie del legno come MATERIALE per l'architettura?

In un capitolo particolarmente illuminato del loro celebre volume Mille Piani: Capitalismo e Schizofrenia i filosofi Gilles Deleuze e Felix Guattari parlano del fare creativo proprio di differenti epoche storiche, e tracciano un parallelo interessante tra l'età classica e la contemporaneità.[1] Mentre alla base della creazione artistica classica c'era l'atto di dare forma ad una materia pressoché inerte, la contemporaneità, secondo i filosofi, ha bisogno di gesti che sappiano liberare le capacità indipendenti dei materiali di generare relazioni, e di delineare tramite queste relazioni il carattere degli ambienti in cui si trovano ad operare.

Pensare il legno come materiale e non come materia implica quindi pensare l'architettura non come un atto di creazione di forme, ma piuttosto come un lavoro di orchestrazione di relazioni tra diversi materiali e tra materiali e ambienti. Ecco che il legno ha in questo senso molteplici capacità, che trovano però definizione soltanto in relazione ai luoghi e alle condizioni in cui si trova ad operare.

  

In un recente incontro tenutosi a Trento[2], hai affermato che è necessario pensare al legno come ad un “agente” o un soggetto attivo nella creazione degli ambienti che abitiamo. Cosa intendi con questo?

Pensare ad un materiale come soggetto attivo implica abbandonare l'idea che la capacità di agire, di produrre eventi sia prerogativa soltanto di noi esseri umani, o comunque degli esseri viventi in genere. Anzi implica pensare che le cose, non solo non siano materie inermi sulle quali esercitare la nostra volontà, ma anzi possiedano una vitalità propria che permette loro di esercitare influenze sulla nostra vita e, nel caso dell'architettura, sul nostro corpo e i nostri sensi, indipendenti dalla nostra coscienza e volontà. Cose che ci trascinano in ‘momenti di coinvolgimento sensuale (e politico) con il mondo', parafrasando un'espressione della politologa americana Jane Bennett, il cui pensiero teorizza proprio l'esistenza di una vitalità attiva intrinseca alla materia e la capacità indipendente di agire delle cose.[3]

 

Può il materiale legno supportare un ripensamento della tradizionale relazione tra architettura e paesaggio, tra uomo e paesaggio?

Una relazione tradizionale è per me una relazione che pone l'uomo e il paesaggio il primo di fronte al secondo, una relazione basata soprattutto sulla distanza e sul controllo, in cui l'uomo, e l'architettura come artefatto umano, sono messi in primo piano, e il paesaggio è fatto oggetto, inquadrato in vedute suggestive, o piuttosto relegato sullo sfondo. In questo senso credo che l'uso del legno in architettura possa supportare un ripensamento di questa relazione. Come? Contribuendo a definire delle condizioni per l'abitare che mettano uomo, architettura e paesaggio sullo stesso piano, tutti soggetti attivi di un insieme che è il nostro ambiente, intendendo l'ambiente in senso ecologico, come lo spazio che circonda e definisce la nostra esistenza.

Il legno, in quanto materiale organico, ha capacità intrinseche di coinvolgere i sensi e influenzare la nostra esperienza degli spazi in maniera viscerale ed indipendente dal nostro controllo. Al contempo il legno reagisce in maniera variegata e spesso imprevedibile alle condizioni ambientali nelle quali si trova ad operare: il suo colore cambia nel tempo e in relazione ai fenomeni atmosferici, il legno assorbe o rilascia umidità e calore, e in relazione ad essi presenta distinte qualità tattili e olfattive. Trovo quindi che il legno possieda un enorme potenziale nella costruzione di architetture che siano in grado di dialogare con il paesaggio in maniera non solo formale, e al contempo che offrano al loro visitatore o visitatrice esperienze sensualmente ricche ma anche positivamente destabilizzanti, che vadano ad alterare la nostra percezione, o forse renderci solo più consapevoli, dell'ambiente che collettivamente abitiamo.

  

Nel corso della tua attività professionale hai avuto modo di studiare e di confrontarti con l'architettura nordica e l'uso del legno che viene fatto in questo particolare contesto territoriale. Un contesto diverso da quello alpino a cui la maggior parte di noi è abituato dove il legno ha fortemente influito sulla costruzione del paesaggio. Trovi delle differenze o delle similitudini sia per da un punto di vista tecnico che “filosofico”?

Il paesaggio alpino e quello nordico hanno molte caratteristiche in comune, a partire dagli ecosistemi che li compongono. Questo si riflette senza dubbio sulle risorse naturali di cui le società si sono storicamente servite, prima tra tutte il legno. Nel volume Terre Notturne: l'Arte Nordica del Costruire il critico e teorico dell'architettura Norvegese Christian Norberg-Schulz delinea i tratti di un intimo legame tra le specificità del paesaggio nordico e la cultura costruttiva Norvegese.[4] Il tempo atmosferico e l'ininterrotto susseguirsi di valli, fiordi e foreste concorrono a definire quello che Norberg-Schulz chiama il ‘non-finito' del paesaggio nordico. Un non finito che si contrappone alla omogeneità euclidea dello spazio del sud, dove l'architettura si fa figura, e si mostra nella distanza, in prospettiva. ‘Il non-finito e l'instabile del nord', invece ‘si abita nelle cose e con le cose, partecipando ad intrecci di fenomeni'[5]. Se al Sud l'architettura si fa figura, al Nord questa si intreccia con il paesaggio, a creare ambienti che sono anche situazioni distinte per abitare il paesaggio. Ecco io credo che questo non-finito del paesaggio nordico appartenga in qualche modo alle nostre Alpi, laddove l'abitare presuppone sempre l'individuazione di uno slargo, o la creazione di un ancoraggio nella topografia, e la prospettiva non è mai unitaria.

Volendo menzionare delle differenze tra il mondo nordico e quello alpino, queste si potrebbero cercare nel modo in cui l'architettura in legno e l'uso della risorsa legno in architettura si sono trasformate nell'ultimo secolo. Mentre l'architettura nordica, e in particolare quella Norvegese, ha continuato a fare un uso consistente del legno, soprattutto nelle architetture domestiche, credo si possa dire che, nelle regioni alpine, l'utilizzo del legno in architettura è diminuito drasticamente a favore di altri materiali da costruzione importati, come ad esempio il cemento. Questo è successo in concomitanza con un progressivo abbandono delle attività tradizionali alpine, ed una parallela urbanizzazione turistica delle valli alpine, e solo negli ultimi anni si può dire che questa tendenza stia subendo una inversione. Un altro fattore da considerare è certamente la posizione centrale delle Alpi in Europa, e la conseguente accessibilità per l'importazione di materiali altri dal legno, di contro al relativo isolamento dei paesi nordici dai mercati continentali. Al contempo, proprio nelle regioni alpine, e in particolare in Austria, si è sviluppata un'avanguardia nella ricerca e produzione di prodotti in legno per l'architettura ad alta tecnologia, che sono alla base di sperimentazioni molto interessanti nel contesto scandinavo – parlo per esempio del CLT, e dell'utilizzo che ne è stato fatto in edifici multipiano negli ultimi anni in Norvegia. Quindi non esistono soltanto similitudini e differenze, ma anche potenziali sinergie e scambi estremamente produttivi.

 

Credo che la maggior parte di noi riconosca alle regioni del Nord Europa una forte attenzione al tema della sostenibilità ambientale. Questa ecologia si ritrova nell'utilizzo di una risorsa rinnovabile, dalle eccellenti qualità termiche o in qualche maniera trascende da questa per abbracciare dimensioni differenti?

Insieme ad un rinnovato interesse per l'utilizzo del legno in molteplici contesti, anche con un certo grado di sperimentazione, negli ultimi anni ha preso forma anche un interessante processo di ricerca su quelle che ho chiamato le ‘capacità' del materiale legno. Alcune recenti architetture rivelano infatti una sensibilità particolare alle specificità del legno e alle lavorazioni che gli sono proprie, e ne fanno temi chiave. Alcune si sviluppano intorno alla presenza fisica del legno e la potenza evocativa di metodi di produzione tradizionali, come per esempio il padiglione Tverrfjellhytta dello studio Snøhetta (1), altre valorizzano le qualità sensoriali del legno in ambienti monomaterici, come nel centro culturale di Vennesla dello studio Helen and Hard (2), altre ancora sfruttano il legno per creare grandi rivestimenti che rispondano con le loro variazioni agli agenti atmosferici (3). In queste operazioni io leggo una dimensione espansa di ecologia, una che si preoccupa non solo delle fattualità oggettive dell'ambiente e della sostenibilità, ma include anche componenti soggettive ed umane. Lavorando sulla percezione degli spazi che abitiamo, in questa sua dimensione espansa, si può dire che l'ecologia aspiri alla definizione di una nuova sensibilità umana dell'ambiente, e per estensione, del paesaggio: un paesaggio che si potrebbe pensare, prendendo a prestito le parole del paesaggista Augustin Berque, come ‘una forma di soggettività collettiva'[6].

 

[1] Deleuze, Gilles, and Felix Guattari, Mille Piani. Capitalismo e Schizofrenia (Roma: Cooper & Castelvecchi, 2003), 478.

[2] L'incontro in questione si è tenuto il 10 ottobre 2019 presso l'aula Magna della tsm-Trentino School of Management a Trento. L'appuntamento, denominato «Il valore del legno. culture tecniche costruttive e paesaggi del legno», era inserito in Step-incontra e ha avuto come relatori Annibale Salsa, Alice Labadini, Alberto Winterle.

[3] Jane Bennett, Vibrant Matter: A Political Ecology of Things (Durham: Duke University Press, 2010), xi.

[4] Christian Norberg-Schulz, Terre Notturne: L'Arte Nordica del Costruire. (Milano: Unicopoli, 2001)

[5] Ibid., 42.

[6] Augustin Berque, “Beyond the Modern Landscape,” AA Files 25 (1993): 33–37 (traduzione Alice Labadini).