Un nuovo interesse per la montagna? Dialogo con Marco Bussone

Marco Bussone, giornalista professionista, ha studiato Scienze della Comunicazione all'Università di Torino.
Dal 2018 è Presidente nazionale Uncem, l'Unione dei Comuni, delle Comunità e degli Enti montani. Dal 2015 ricopre il ruolo di vicepresidente Uncem Piemonte e dal 2014 di Consigliere Comunale a Vallo Torinese, paese dove vive, e Consigliere dell'Unione montana di Comuni Valli di Lanzo, Ceronda e Casternone. Iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 2005, dal 2009 è responsabile dell'ufficio stampa e dei progetti Uncem e collabora con diverse testate e riviste, come il settimanale della Diocesi di Torino “La Voce e il Tempo”, già “La Voce del Popolo” e Città Nuova, fino a qualche anno fa con Platinum del Sole 24 Ore e The World of Costa.

 

Il Manifesto di Camaldoli del novembre dello scorso anno, le mozioni parlamentari, gli Stati generali della Montagna nel mese di gennaio ma anche la “Piattaforma per la montagna” proposta dall'Uncem, hanno riportato l'attenzione sulle aree marginali e le terre alte del nostro Paese. Un'attenzione che è sembrata prendere ulteriormente corpo nel corso dell'emergenza Coronavirus e che rende il rilancio dei paesi di montagna un orizzonte possibile. Perché la montagna sembra essere così interessante e per chi lo sarà?

È vero, ci sono riflettori accesi e un dibattito importante rispetto al presente e al futuro delle aree montane. Succede ciclicamente ma come in questi mesi credo non fosse mai accaduto. E va precisata una cosa: non c'è un dibattito – culturale, istituzionale, economico – così intenso rispetto alle periferie urbane, al contesto metropolitano. L'elaborazione attorno a cosa sono e cosa saranno i territori rurali del Paese è intensa. Anche con grandi personalità della scienza e della cultura che ne scrivono e sono in dialogo. Uncem ha gettato ponti verso tutti coloro che in questi mesi hanno guardato ai territori quale luogo propulsivo di crescita e sviluppo, di benessere. Il motivo di questo forte interesse non sono in grado di analizzarlo. Ma vale, forse, quanto un Vescovo, Monsignor Derio Olivero, ha ripetuto nei giorni scorsi dai 2.000 metri di Pian dell'Alpe, Comune di Usseaux: “Qui ritroviamo – ha detto – la bellezza di stupirci, di incantarci”. Di questi tempi, dove molti sono impauriti e preoccupati di fronte alle sfide del presente, in quei territori così ampi, aperti, tra valli e vette, tra paesi che fanno il Paese, ci sentiamo accolti, protetti, guardati.

  

Che la montagna stia acquistando interesse è dimostrato anche dall'incremento del mercato immobiliare. Molte famiglie chiedono contratti d'affitto a lunga scadenza, stagionali o annuali, con l'intenzione di trasferirsi in montagna per buona parte dell'anno. Come possono i Comuni governare questo fenomeno senza esserne travolti?

Il fronte immobiliare è quello tra i più indagati. I numeri ci dicono che affitti, ma anche acquisti, sono in aumento. In alcune aree la crescita è esponenziale. È un fenomeno complesso. Perché se da un lato è positivo nel generare flussi, anche economici, non dobbiamo cadere in speculazioni, ovvero in seconde case crescenti utilizzate per pochi mesi l'anno. È delicato il crinale. Ma occorre lavorare proprio con i Comuni. Anche i più piccoli ad esempio possono mappare i “vuoti”, gli immobili sfitti o in vendita. E provare a montare progetti per far incontrare domanda e offerta. Ma non basta. Occorre che i Comuni, insieme e non da soli, provino a costruire realmente progetti di sviluppo. Cioè capire dove ci sono potenzialità di lavoro, che sia nell'agricoltura o nel lavoro agile da fare a distanza. Molti Enti, molti Sindaci, segnalano a Uncem che sono contenti di turismo in crescita e mercato immobiliare in espansione. Ma vorrebbero avere case a disposizione di chi si trasferisce per vivere in quei paesi. E questo non sempre è possibile. Occorre governare questo processo con managerialità. I Comuni non sempre riescono. E dunque hanno bisogno di supporto. Anche di soggetti come Uncem o di Fondazione Montagne Italia che abbiamo fortemente voluto anche per questo.

 

Immobili, e oltre a questi, quali opportunità concrete deve garantire un territorio? Cosa potranno offrire i paesi di montagna a quelle persone – in particolar modo cittadini – che oggi vedono le terre alte con occhi diversi (senza tralasciare anche agli attuali residenti)?

Dobbiamo avere la forza di costruire con Regioni e Stato una positiva riorganizzazione dei servizi, a prova di futuro. Scuola, trasporti, sanità in primo luogo. Vanno completamente ripensati rispetto al passato. Lo impone anche la legge sui piccoli Comuni – 158/2017 – vero fronte avanzato normativo. Riorganizzare i servizi va a beneficio delle comunità che da sempre risiedono sui territori e di chi vuole andarli ad abitare. L'incontro di queste due componenti nella comunità è delicato e non sempre semplice. Non può avvenire con una rottura. Avviene con l'incontro, spesso mediato nella partecipazione alla vita associativa, visto che le Associazioni da sempre tengono in vita il tessuto sociale. La retorica, i luoghi comuni in questo caso devono lasciar spazio anche a costruzioni di opportunità articolate e mediate dagli Enti locali.

 

Durante la pandemia si è sentito spesso parlare di smartworking, didattica a distanza e, più in generale, di dematerializzazione di servizi; sono nuove modalità di vivere e lavorare che renderebbero possibile trasferire funzioni e attività dalla città alla montagna. Ma la mancanza di connettività o una connettività poco affidabile non rischierebbero di acuire un divario infrastrutturale, sociale ed economico già esistente? L'Uncem si è già espressa a questo proposito; perché avete tanto a cuore questa situazione?

La mancanza di connettività non pregiudica solo smartworking o teledidattica. Il digital divide è un allarme per il Paese che rischia di frammentarsi nella crescita, in particolare nell'uscita dall'emergenza sanitaria. Il Piano banda ultralarga è importantissimo ma è in ritardo di due anni. 1.200 Comuni ci hanno segnalato difficoltà con le reti di telefonia mobile. Inoltre, centinaia di migliaia di italiani non riescono a vedere bene i Canali Tv e un recente accordo Rai-Uncem è volto a sperimentare nuove tecnologie per risolvere le criticità. Il digital divide compromette le relazioni tra territori urbani e rurali. Divide e non permette modalità organizzative nelle aree rurali vantaggiose e a prova di futuro. Smartworking ma anche organizzazione della pubblica amministrazione e relativi servizi digitali per la comunità. Senza reti, senza infrastrutture non siamo. I territori perdono. Le comunità rischiano di restare in un piccolo mondo antico non per loro volontà. A mio giudizio, infrastrutturazione e digitalizzazione sono necessarie e urgenti.

 

Un altro aspetto che Lei ha spesso richiamato è quello legato alla riorganizzazione del sistema fiscale e alla riforma degli Enti locali. Cosa andrebbe fatto e di cosa hanno bisogno i comuni e gli imprenditori delle terre alte?

Su questo punto abbiamo grandi istanze, ma ammetto pochi dati. Sappiamo infatti che i territori, le imprese che operano nei Comuni montani, non sono competitive con l'attuale carico di imposte. Così da anni chiediamo una fiscalità differenziata e peculiare. Vale per gli esercizi commerciali, per i bar, per le aziende, per gli artigiani. Ma un percorso per una fiscalità differenziata va fatto anche rispetto ai cittadini e dunque attorno alle capacità impositive per gli Enti locali. I Governi hanno recentemente creato le Zone economiche speciali per i porti, le zone economiche ambientali nei parchi. Credo che si possa intervenire su Irap, Irpef e anche Iva. Su quest'ultima ad esempio abbassando le aliquote per i lavori pubblici, per tutti gli interventi relativi alla messa in sicurezza dei territori. Ma una fiscalità differenziata per le imprese è urgente. 200 Comuni in Italia non hanno più un negozio e un bar. 500 ne hanno meno di tre. Soffre il Paese, non solo quei paesi. Dunque occorre andare verso imposte forfettarie. Ma queste operazioni si fanno in un quadro europeo, introducendo una web tax ad esempio o con altri strumenti di riequilibrio. Dobbiamo superare sperequazioni che permettano ai territori di recuperare equità.

 

La stagione estiva che si è aperta da pochi giorni fa pensare al binomio montagna-turismo che assume ora nuove forme: turismo di prossimità, riscoperta di luoghi e paesaggi fuori porta che, per troppo tempo, sono stati snobbati o etichettati come espressioni di una montagna minore. Annibale Salsa ha recentemente affermato che “la crisi epocale che ci ha colpito duramente dovrebbe far riflettere su parecchi modelli obsoleti, da ripensare in forma radicale, uscendo dalle logiche dell'ovvio, di ciò che sembra acriticamente scontato”. È d'accordo?

Annibale come sempre è lucidissimo. Tutto il Paese è radicato in modelli obsoleti. E nei territori, nelle zone montane, sembra spesso non vi siano alternative. Ma questo solo a una prima analisi. Guardando bene, tra i campanili italiani, si trova una straordinaria vivacità. Un'intensità progettuale fortissima, non omogenea ma sempre capace di attrarre. Non c'è una montagna minore. Vi sono territori che, anche sul piano turistico, hanno saputo individuare soluzioni e opportunità specifiche, target e pacchetti. Così su altri fronti. Penso alla gestione delle risorse naturali, acqua e foreste, ovvero del patrimonio. La crisi fa uscire nuove idee e strategie. Ma come ripeto, non devono essere approntate dai Comuni da soli. Solo insieme ci si salva.

 

Quale futuro attende la montagna italiana?

Credo che l'elaborazione di cui dicevamo permetta di costruire opportunità e uscire da una dose di demagogia che sempre si rischia di accumulare in queste fasi. Ci sono leggi scritte e da scrivere. Penso alle norme nazionali sui piccoli Comuni (158/2017), sulle green communities (221/2015), sulle foreste, sul terzo settore. Guardo all'impegno di tante Regioni italiane per costruire opportunità riorganizzative nei territori capaci di rigenerare servizi e opportunità per lo sviluppo economico. Vivere in un piccolo Comune nelle aree montane alpine o appenniniche non è certo semplice. La politica non è distratta. Appare timida, ma in tante regioni come a livello nazionale già si guarda e costruisce la nuova programmazione comunitaria, che avrà spazio per le aree montane come sancito dalla Risoluzione approvata dal Parlamento europeo due anni fa. E che a gennaio la Camera dei Deputati abbia varato le mozioni di tutti i partiti sulla montagna è un segnale forte. Che ora va trasposto in norme. Non bastano solo soldi. Anche se i finanziamenti sono necessari. Riorganizzazione dei servizi e anche delle concessioni, ad esempio per il sistema idrico e la produzione idroelettrica. L'uscita della crisi può vedere, nel Recovery Fund ad esempio, risorse specifiche per le aree montane. Dobbiamo incrociare gli assi green e smart. Sostenibilità per vincere le sfide della crisi climatica. Intelligenza per generare crescita e vincere i divari. Molte opportunità sono in mano ai Sindaci, che sono certo ne saranno protagonisti.

 

a cura di Maddalena Pellizzari